Come funziona il vaccino per COVID-19 di BioNtech-Pfizer

Scrivo il 16 novembre del 2020: come FORSE avrete sentito nell’ultima settimana, il 9 novembre Albert Bourla, CEO di Pfizer, ha rilasciato un comunicato accompagnato da una press release, ripreso credo da ogni testata, rotocalco, sito di news o ciclostilatore del pianeta, in cui annunciava che sino a quel momento il vaccino per la COVID-19 stava dando ottimi risultati. Il vaccino, ideato da BioNtech (avrei voluto approfondire circa l’azienda, ma Shy lo ha fatto prima e meglio di me) e sviluppato in collaborazione con il colosso tedesco, è stato infatti “efficace oltre il 90% nel prevenire la COVID-19”. Cosa questo voglia dire lo spiega benissimo BioLogicismi, per cui vado al punto.

Questo vaccino è eccezionale sotto diversi aspetti. Il primo e più importante è che si basa su una tecnologia mai testata prima su scala così ampia come quella che si prefigura per il vaccino di BioNtech-Pfizer: la sola UE ne ha già ordinato 200 milioni di dosi, con un’opzione per altre 100. Ma passiamo alla ciccia.

Come funziona il virus

Ok, andiamo per gradi. Prima di spiegare come funziona il vaccino, devo raccontare un paio di cose su come funziona il virus. Saltate tranquillamente se lo sapete già.

Cominciamo dall’immagine che ormai è è ben familiare, quella del virus SARS-CoV-2 (COVID-19 è il nome della malattia) realizzata dal CDC di Atlanta:

La parte grigia rappresenta l’envelope del virus, cioè una membrana che delimita il “dentro” e il “fuori” del virus, del tutto simile a quella delle cellule animali – anzi, in effetti tecnicamente l’envelope è fatto da porzioni di membrana delle cellule ospiti (il bastardo). Le capocchie rosse sulla superficie del virus rappresentano invece delle copie di una proteina chiamata “proteina spike”: hanno una parte che si conficca nell’envelope (e che ovviamente non è visibile in questa immagine) e una parte esterna, quella visibile.

Le proteine spike sono le proteine principali con cui il virus si introduce nelle cellule dell’organismo ospite[1] (nella fattispecie, una curiosa scimmia catarrina che vive in simbiosi con una specie di piccoli felini): in breve, quando il virus incontra una cellula respiratoria, le sue proteine spike interagiscono con delle proteine transmembrana esposte sulla superficie delle cellule respiratorie. Queste proteine sono i recettori ACE2 (che ovviamente servono a tutt’altro; le spike del virus si sono evolute per sfruttarle, ma non è che la cellula tenga lì quei recettori in attesa che un virus arrivi e inizi a sfruttarla – sono proprio quegli ACE2 oggetto di bufale assortite girate su WhatsApp): a seguito dell’interazione spike-ACE2, la proteina spike fa partire una sequenza di eventi al termine del quale l’envelope del virus si fonde con la membrana della cellula ospite.

Ora tutto il contenuto del virus, che è molto più piccolo della cellula, si trova all’interno della cellula: diverse proteine ed il materiale genetico del virus (i Coronavirus funzionano a RNA, anziché a DNA come noi scimmie, ma la funzione è la stessa) viaggiano in giro per la cellula, “schiavizzandola” per produrre altri virioni[2] (un virione è la singola particella virale – è un po’ come dire “un virus”), sino ad esplodere liberando in giro molto altri virioni (o un sacco di altra roba brutta, come fondere le cellule in gigantesche cellule polinucleate chiamate “sincizi”… non siamo ancora perfettamente coscienti di ciò che esattamente faccia questo virus).

Tutto questo è possibile perché il virus (anzi, tutti i virus) hackera il normale meccanismo di produzione di proteine della cellula: le informazioni per produrre una proteina sono prese dal DNA – che però se ne sta protetto nel nucleo, mica se ne va in giro. Al suo posto, il pezzetto su cui c’è l’informazione di interesse viene copiato da un’altra molecola, molto più piccola e molto simile: il mRNA. Il mRNA (nelle cellule) è una specie di copia temporanea delle informazioni – la sua funzione è “solo” quella di andare dai ribosomi della cellula, dir loro “oh fra, c’è da fare della MAGL[3], ecco qua come si fa” e poi fondamentalmente, morire (il RNA è una molecola molto più instabile del DNA). A quel punto il ribosoma produrrà la proteina in questione e tanti saluti[4].

Ecco, il virus (come ogni virus) si infila qui in mezzo: riversando nella cellula il suo materiale genetico fa sì che i meccanismi cellulari siano al suo servizio, producendo le sue proteine, che messe assieme genereranno un sacco di propri allegri discendenti che ammazzeranno la cellula e andranno in giro a far danni.

L’ho detto che è un bastardo.

Fra le proteine del virus descritte dal suo RNA, c’è, naturalmente, anche la proteina spike. Teniamolo a mente.

Come funziona la risposta immunitaria ai virus

Oh, scusate, ma ho veramente bisogno di raccontare anche questo. Ancora, se lo sapete, prossimo paragrafo per voi. SONO SOLO CENNI, quindi mi raccomando, se siete interessati approfondite altrove.

Dunque, siamo rimasti alle cellule dell’ospite che esplodono allegramente, rilasciando in giro una quantità demenziale di nuovi virioni; ma è noto a tutti che la maggior parte dei malati di COVID-19 guarisca, quindi non è che proprio il virus faccia il cacchio che gli pare a tempo indeterminato.

Questo perché l’evoluzione ci ha dotati piuttosto presto di un sistema di fuoco contro la feccia virale che prova a fare il bello e il cattivo tempo nel nostro organismo: l’immunità umorale[4].

Ad un certo punto, nel suo vagabondare per l’organismo ospite, un virione, o una sua parte, incontrerà una cellula… un po’ diversa. Si tratta dei linfociti B.

E adesso sono cazzi, amico. Perché i linfociti B non sono gente con cui scherzare: cominciano ad analizzare quello che hanno incontrato e, in particolare, riconoscono un pezzetto della proteina spike di cui parlavo sopra, quello che negli scorsi mesi è stato battezzato Receptor Binding Domain (RBD). Si chiama così perché è il pezzetto tramite cui la proteina spike si lega ai recettori ACE2 delle cellule di scimmia, ed anche perché i biochimici strutturali non è che abbiano molta fantasia coi nomi (sui biologi molecolari stendo un velo pietoso).

Questa cosa ai linfociti B non piace per un cavolo[5]; non gli piace proprio per niente. E allora iniziano a fare quello che fanno meglio: si incazzano come delle bestie, si digievolvono in plasmacellule ed elaborano delle molecole fatte su misura perché siano queste ad andare a legarsi proprio con l’RBD, ne sintetizzano più che possono e BOOM!, le sparano in circolo, come proiettili benedetti dritti al cuore del virus eretico. Quando queste arrivano ai virioni, si legano alle proteine spike, bloccando la loro funzione e rendendo il virus incapace di invadere le cellule umane.

Adesso chi fa il figo, eh? EEEEEEEH, SFIGATO?!?

Questo per quanto riguarda i linfociti B più caldi e proni all’ira. Ma i più riflessivi e studiosi fra loro intraprendono una via diversa: non maturano in plasmacellule, ma in cellule della memoria; restano in circolo più a lungo, molto più a lungo, e se mai nel corso della loro vita (che può durare quanto quella dell’organismo che le ha generate) dovessero di nuovo incontrare quel frammento di proteina (l’antigene), si differenzierebbero immediatamente in plasmacellule, saltando un sacco di passaggi che farebbero perdere giorni per la risposta immunitaria, ed iniziando immediatamente a vomitare le molecole specifiche contro quell’antigene (l’avrete capito, ma queste sono i famosi anticorpi, più specificamente le immunoglobuline G) e annientando immediatamente i nuovi invasori prima che la loro proliferazione abbia inizio, o che assuma dimensioni preoccupanti.

Naturalmente, e la cronaca ce lo ricorda dolorosamente, non va sempre così. A volte il sistema immunitario non riesce a completare il processo prima che il virus abbia fatto troppi danni (le cellule che esplodono o si fondono non sono esattamente una cosa positiva), altre la risposta immunitaria (che è enormemente complessa e coinvolge molti più attori di quelli cui ho accennato qui) è troppo energica, e nella sua furia il sistema immunitario finisce per danneggiare irreparabilmente il proprio stesso organismo.

Se però ci fossero già in giro delle cellule B della memoria con il ricordo di quello specifico virus al tempo della prima infezione, è quasi certo che l’invasione verrebbe stroncata sul nascere. Ed è, lo saprete bene, il principio secondo cui funzionano i vaccini.

Come funziona (finalmente) il vaccino di BioNtech-Pfizer

Normalmente, la generazione di cellule della memoria prima che la malattia vera e propria abbia luogo si ottiene iniettando nell’organismo gli antigeni stessi: pezzetti dell’involucro del virus (o del batterio, mica tutto questo funziona solo per i virus, anche se per i batteri il meccanismo è un po’ diverso), o il virus stesso, morto o in forma cosiddetta attenuata. Questo, pur ottimo, presenta però qualche svantaggio, fra cui la difficoltà nel produrre enormi quantità di vaccino in un tempo relativamente breve (che guarda caso è esattamente ciò che ci servirebbe adesso) ed il fatto che, nel caso di virus interi, il virus comunque metterebbe in atto le proprie difese contro il sistema immunitario (hanno pure quelle, ‘sti infami), complicando il lavoro al sistema.

Come si possono aggirare o quantomeno ridurre questi svantaggi, soprattutto quello della velocità di produzione?

Non sarebbe fighissimo se si potesse far sì che sia l’organismo stesso a produrre la molecola che poi verrà riconosciuta dal sistema immunitario?

Ecco, è esattamente quello che fa questo vaccino.

Si chiama BNT162b[6] ed è costituito da dei “sacchetti” di membrana (vescicole lipidiche) pieni di molecole di mRNA (oddio, pieni… in una dose ce n’è 30 milionesimi di grammo. Ma vabbè, basta quello), quelle di cui parlavo sopra. Queste portano esattamente l’informazione per la proteina spike; il mRNA di BNT162b entra quindi nelle cellule umane, fa produrre loro solo la spike di SARS-CoV-2 (quindi niente cose sgradevoli tipo esplosioni, fusioni in gigantesche cellule polinucleate e altre amenità causate da ‘sto virus demmerd) e questa viene immessa in circolo, dove le plasmacellule potranno caricare le armi e le cellule della memoria prendere i loro appunti per la risposta immunitaria. Che sarà più pronta e potente di quella ottenuta coi vaccini tradizionali, perché in assenza del virus stesso, il sistema immunitario potrà per così dire “concentrarsi” solo sul produrre anticorpi specifici e cellule B della memoria.

INOLTRE E’ UNA FIGATA PAZZESCA!!! FAR FARE L’ANTIGENE ALLE CELLULE UMANE! CHEFFICO!!!

Grazie infinite per i secoli a venire, SMBC Comics

Qualche piccola perplessità

Ma.

C’è qualche questione aperta.

Pfizer, pressata dalle richieste dell’opinione pubblica, ha deciso di rendere pubblico il blueprint del trial clinico per il vaccino, cioè il progetto del processo di sperimentazione del vaccino.

Il trial è progettato benissimo e rispetta ovviamente tutte le normative in questione; c’è molta attenzione alla sicurezza dei partecipanti e del prodotto finale. Tuttavia, il trial prevede delle visite attente agli effetti collaterali della somministrazione di BNT162b fino a sei mesi successivi alla somministrazione della seconda dose e visite fino a due anni dopo, atte a controllare se nel siero siano ancora presenti gli anticorpi specifici per SARS-CoV-2: le cellule della memoria, infatti, non sono tutte uguali, e se per alcune malattie persistono per tutta la vita di un individuo, per altri sono efficaci per poche settimane (basta pensare che il vaccino antipolio viene somministrato una volta sola, mentre di raffreddore ci si può ammalare continuamente, nonostante pure quello generi plasmacellule eccetera). Durante queste visite è anche possibile che vengano segnalati degli effetti indesiderati ragionevolmente riconducibili al vaccino, e se questo è il caso il medico deve segnalarli alla Pfizer.

Ora, è ragionevole pensare che sei mesi siano una finestra di tempo sufficiente a determinare effetti a lungo termine e che la tecnologia a mRNA sia molto sicura. Ma al momento non siamo nemmeno lontanamente vicini a questo limite di tempo. E questo è notevole soprattutto perché questa è una tecnologia che non è mai stata sperimentata per la somministrazione su vasta scala. Chiunque abbia esperienza di pratiche sperimentali sa perfettamente che non sempre le cose vanno come dovrebbero andare, e semplicemente non abbiamo idea di cosa succeda ad un organismo umano uno, due, cinque anni dopo che gli è stato somministrato del mRNA codificante per una proteina esogena, come in questo caso. È ragionevole pensare che le conseguenze siano nulle, ma rimango perplesso della corsa che c’è stata all’acquisto di centinaia di milioni di dosi di questo vaccino. L’impressione è che, data la (innegabile) grande urgenza che c’è di porre rimedio alla pandemia che affligge l’umanità, l’aspetto tecnologico, quello del deus ex machina che ci salvi dal grande male, abbia preso il sopravvento su quello scientifico, che non può che dire “nel peggiore dei casi, semplicemente non sappiamo cosa possa succedere”. Spero che questo pensiero invecchi male, ma è una questione di metodo: sperare non è un atteggiamento scientifico.

Ci sono anche altri aspetti relativi all’efficacia del vaccino stesso: i dati di cui disponiamo al momento sono fondamentalmente i comunicati dello sperimentatore stesso. Ma ad esempio non sappiamo se il vaccino sia efficace allo stesso modo sulle varie coorti di età, per i pazienti più anziani per esempio, che sono anche quelli più esposti al rischio di conseguenze gravi o fatali della malattia. Né, per l’intrinseca questione dei tempi, quanto a lungo duri l’immunità conferita.

Ancora, il mRNA è una molecola instabile (lavorare col mRNA è un dannato incubo, credetemi), che al contrario del DNA si degrada facilmente e richiede di rimanere costantemente a temperature fra i -70° e i -80° C; questo crea problemi nella catena logistica di trasporto e somministrazione che, certo, sono affrontabili ma… da persona abituata a ricevere consegne di reagenti che dovrebbero viaggiare a -80° C in ghiaccio secco… vabbè, auguri (speriamo bene).

Infine, sono rimasto impressionato dall’attenzione mediatica che si è scatenata attorno a questo vaccino. Questa è vorace e volubile, e non tiene conto di considerazioni meno “cool” ma importanti, come il fatto che parallelamente diversi altri vaccini stanno venendo sviluppati, basati su questa tecnologia o su metodi più tradizionali, e che a loro volta arriveranno sul mercato – per fortuna aggiungerei, data la scala della vaccinazione. La settimana scorsa questa attenzione ha raggiunto i picchi massimi, i mercati hanno reagito e il CEO di Pfizer ha (condivisibilmente) pensato di approfittarne incassando più cinque milioni e mezzo di dollari dalla vendita di azioni: non credo che questo sia un cattivo segno della qualità del vaccino (avrei probabilmente fatto lo stesso), ma certamente indica come anche in queste questioni l’importanza dell’opinione pubblica sia fondamentale nel determinare il valore di una scoperta o di una produzione scientifica. È così che “la scienza” deve ottenere valore?

Mah.


Whew, che mostruosità di pezzo. Spero sia stato utile per capirci qualcosa di più; se, al netto delle necessarie semplificazioni, trovaste errori per favore segnalatemeli, controllerò e interverrò prontamente (e vi ringrazio pure). Al solito, c’è una pagina Facebook su cui linko tutto.

Ne approfitto per ringraziare gli amici Stefano Ori e Alessandro Demichelis per i lunghi e proficui confronti.

Alla prossima!

Le (fondamentali) note

[1] Tra l’altro, le proteine spike si vedono bene al microscopio elettronico, conferendo a SARS-CoV-2 e a tutti i suoi parenti stretti un aspetto “coronato”: ecco perché si chiamano “Coronavirus”.

[2] È un processo complicato, che implica molti passaggi e la comprensione di termini ridicolmente astrusi come “monocistronico”; siccome la descrizione completa del processo di infezione dei Coronavirus va molto oltre i miei scopi e a naso qua supererò le centomila parole, non lo descrivo nel dettaglio.

[3] Infilo a forza i miei paper in un articolo divulgativo, dio che trishtezzaaaaaaaaa

[4] Dopo aver descritto il dogma centrale della biologia molecolare in un paragrafo, passo umilmente a fare lo stesso con l’immunità umorale acquisita; mi ripeto, oltre che essere molto colorito, è tutto enormemente accorciato e semplificato – vi prego di approfondire su testi veri se vi interessa. Non posso assolutamente mettermi a scrivere di citochine, cellule APS, linfociti T helper, complesso maggiore di istocompatibilità e simili.

[5] Cerco di mantenermi su un livello di scurrilità accettabile, ma avete capito.

[6] Mi sa che l’hanno battezzato dei biologi molecolari.

Perché non parlo di vaccini

Mi è stato chiesto più volte di scrivere di vaccini da parte di persone che apprezzano quello che scrivo (grazie), spesso con la convinzione che l’avrei fatto “blastando” gli “analfabeti funzionali”, o comunque in maniera ferocemente “pro-scienza”. Le ho sempre deluse, adducendo come motivazione il fatto che non sono un esperto (è un fatto vero), ma soprattutto che non lavoro in ambito sanitario e quello dei vaccini non è un problema scientifico.

E, a dirla tutta, ‘sto dibattito sui vaccini che sembra rinverdirsi ogni sei mesi circa mi annoia profondamente e non è un argomento che trovi così interessante.

Non è e non può essere una questione scientifica

Scusate, ma la scienza (che poi, ‘sto citare “la scienza” a ogni pié sospinto mi lascia almeno perplesso… ma aspé, ci torniamo) cosa altro dovrebbe dire, esattamente? Ci sono già tutti i dati epidemiologici per ciascun vaccino in commercio, le percentuali di efficacia, quelle delle reazioni avverse e compagnia cantando. Che altro volete? Risposte secche, del tipo “buono/cattivo”? Non funziona così.

Non funziona così perché una volta che le scienze biomediche hanno detto qualcosa come “efficace al 99%, sicuro al 99.8%, la malattia invece al 10% dà delle complicanze gravi” non è che possano dire molto altro.

A parte tutta una serie di dettagli qualitativi circa i meccanismi immunologici che portano a questi numeri, ma guardiamo la realtà in faccia: di quelli non frega niente a nessuno.

Prendiamo ad esempio un numero dato a caso: il 99.8% di sicurezza. E’ tanto? E’ poco (tenendo poi presente che già la definizione di “sicuro” è tutto fuorché univoca)? Come già dicono centinaia di articoli e video che infestano ogni angolo della rete, la questione sta nel valutare il rischio insito nella pratica vaccinale, quello delle possibili complicazioni date dalla malattia e la percentuale di efficacia del vaccino, e da lì trarre le conclusioni (che solitamente sono schiaccianti a favore del vaccino).

I numeri non aiutano

Il problema principale nel trarre conclusioni di valore sta nel fatto che l’oggetto di valutazione, in questo caso, sono persone. A me, come analitico, viene spontaneo dire qualcosa del tipo “ok, errore inferiore di brutto al 3%, per me è sì, andiamo avanti”, ma non funziona (solo) così.

Prendiamo in esame qualche numero reale, già che ci siamo: il vaccino MMR (il cosiddetto “trivalente” contro morbillo, parotite e rosolia) ha un’efficacia fra il 90 e il 95% dopo la prima dose, che diventa quasi assoluta dopo la seconda dose – in effetti il richiamo serve ad immunizzare coloro che non hanno risposto alla prima. Prendendo in esame il solo morbillo, si vede subito che è una malattia pericolosa: il 30% circa di coloro che lo contraggono sviluppa complicazioni, con una mortalità che arriva allo 0.2 – 0.3% negli Stati Uniti. Il vaccino MMR, invece, dà effetti avversi seri nello 0.003% dei casi circa – e parliamo comunque di carenze di piastrine transitorie, non di rischio di vita se non in casi particolari: non c’è partita, anche solo per quanto riguarda il morbillo, il vaccino è cento volte meno pericoloso della malattia che previene e l’OMS non esita a raccomandarlo.

Ma allora da dove mai arriva l’esitazione o addirittura il rifiuto alle vaccinazioni? Sono tutti scemi o pazzi? Impensabile.

Resto fermamente dell’idea che, almeno in Italia, le cause siano da ricercarsi nella cattiva comunicazione sanitaria, specie riferita agli anni passati.

E in alcuni svitati irriducibili, naturalmente. Ma non sono loro il vero problema.

Un problema di comunicazione sanitaria

Su questo, circa un anno fa si è già espressa Annalisa in un famoso articolo cui ho dato un mio (molto modesto) contributo

consistito principalmente nel gestire gli umori dell’autrice mentre lo scriveva

e meglio di una professionista della comunicazione sanitaria non saprei fare. Dal mio punto di vista, però, alcuni numeri sono fondamentali per “fotografare” un possibile modo di nascita e sviluppo dell’esitazione vaccinale nel nostro Paese. Riprendiamo un attimo, a titolo di esempio, le statistiche statunitensi sul vaccino MMR: dopo poco più di una settimana dalla dose, il 5% circa dei vaccinati sviluppa rash cutanei – che per intenderci sono una roba molto brutta, tipo quella raccontata in questa pagina di blog (ho preso volutamente una pagina “popolare” – non aprite se il gore dermatologico non è la vostra passione).

Ed il punto è proprio che un conto è leggere su una pagina una frase asciutta come quella che ho usato io prima: “il 5% circa dei vaccinati sviluppa rash cutanei” (che peraltro spariscono spontaneamente in capo a qualche giorno), un’altra è vedere tuo figlio che da un giorno all’altro si copre di segni rossi che gli causano prurito e lo fanno piangere. Ipotizziamo che uno dei genitori, a questo punto, corra al centro vaccinale e chieda delucidazioni circa le condizioni del figlio. Verosimilmente nella maggior parte dei casi gli verrà spiegato che, appunto, succede una gran parte delle volte, che non c’è nulla da temere e che sparirà da solo. Idealmente gli verrà ricordato che il vaccino è molto più sicuro del morbillo stesso e blablabla.

Ma se un genitore riceve una risposta del genere:

“Signore, lei è pazzo. Il vaccino non c’entra. Torni a casa.”

Frase realmente riportatami, non invento nulla.

Quale sarà la facile conseguenza? Che il genitore, confuso, preoccupato e ferito, volgerà l’orecchio ad altre voci, voci che gli daranno conforto, ragione e getteranno benzina sulla fiammella del dubbio che adesso gli si è accesa dentro.

Sono gli svitati cui accennavo prima. E che non linko perché, veramente, già il blog della famigliola americana era un crollo nello stile, ma qui si precipita proprio nella spirale dei sitacci con vesti grafiche che erano già vecchie nel ’93

Nel frattempo, al bambino il rash sarà bello e che passato, ma probabilmente ora non riceverà gli altri vaccini, oppure li riceverà molto in là col tempo, beccandosi una inutile finestra temporale di rischio in cui potrà contrarre delle malattie prevenibili. E intanto abbiamo creato una bella coppia di no-vax più o meno radicalizzati, con cui sarà difficilissimo se non impossibile ragionare.

E ho parlato solo dei casi di reazioni avverse non gravi; immaginate cosa può capitare dopo un caso di reazione avversa grave che venisse accolto come sopra. Genererebbe abbastanza rabbia da far nascere una setta di adepti del metodo naturale di lotta alle malattie infettive, direi.

Che consiste nel non far nulla, se non fosse chiaro.

Di questo meccanismo di radicalizzazione non ci sono sfortunatamente dati quantitativi né prove che non siano aneddotiche (e detesto non essere in grado di portare dati precisi), ma di certo, restando alle reazioni non gravi, il 5% è una percentuale enorme. Parliamo di cinquemila soggetti ogni centomila vaccinati; persone che parlano con altre, si consultano fra amici, si fanno sentire nel dibattito pubblico.

E a proposito di dibattito pubblico.

Blastare non serve

Aaaaaaah, il blasting… quella pratica meravigliosa che piace tanto a grandi e piccini, inventata da chissà chi, resa celebre da Enrico Mentana

Mentana blasting
Esempio trovato dopo una ricerca di 0.8 secondi

ed adattata mirabilmente al contesto dall’immancabile Burioni.

Burioni
che però ultimamente si esprime artisticamente soprattutto su Twitter (che non so usare, quindi lo screen l’ho fregato da una pagina di adoratori)

Ora… io, davvero, non riesco a capire chi si esalta di fronte a questo modo di esprimersi, lo adotta a sua volta ogni volta che può e poi se la prende vedendo avversari ideologici adottare livelli di aggressività simile o superiore.

Come già avevo scritto a proposito dell’omeopatia, sono convinto che tutto questo non serva a nulla, se non a provare per un momento l’ebbrezza di fare la parte del bullo, anziché del bullizzato. Ma un bullo sempre bullo resta, e credo che questo atteggiamento non faccia che dare origine ad un altro “zoccolo duro”, una tribù opposta a quella dei “no vax”: quella dei… boh, di quelli che hanno letto un libro di Burioni e si sentono in diritto di dare del “poco scientifico” ad uno che di lavoro fa ricerca biomedica, suppongo.

041
AAAAAH… molto meglio.

E così, con questa contrapposizione fatta di torce e forconi (che di scientifico non ha nulla, se non le rivendicazioni) la triste commedia del “noi contro di voi” va avanti. E però è importante sottolineare che l’esitazione vaccinale è un problema tenuto in seria considerazione dall’OMS, che lo considera una questione delicata e non suggerisce certo di insultare chi ha posizioni scettiche verso i vaccini.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Perché dove c’è una tribù fortemente ideologizzata, c’è anche un bel giacimento di consenso pronto per essere prosciugato, che attende solo che qualche fazione politica faccia proprio il tema e cerchi di riunire tutti gli appartenenti alla tribù sotto la propria bandiera.

E qui di tribù ce n’è addirittura due: i “pro vax” e gli “anti vax”.

Gesù Cristo, che tristezza.

E alla fine arriva la politica

come puntualmente è accaduto. E durante la scorsa campagna elettorale abbiamo assistito alle prime conseguenze di ciò che accade quando un tema trasversale, complesso, delicato e importante come quello delle vaccinazioni di massa finisce nel tritacarne della comunicazione politica che, come da copione, lo ha spietatamente risucchiato, semplificato, banalizzato, trasformato in slogan e, peggio di tutto, in bandiera. Chiedere per favore di non farlo non è servito a molto.

La superficialità del dibattito ha portato presto alla sovrapposizione fra le vaccinazioni, un tema circoscritto e tutto sommato fino a quel momento abbastanza “freddo”, e “la scienza” tout court: all’improvviso, nella percezione comune l’essere univocamente a favore di una scelta politica come l’obbligo vaccinale è diventato essere a favore “della scienza”.

(Tra l’altro non passa mai di moda il dire che la scienza non è democratica. Il che, all’interno di un dibattito politico democratico, tradisce dei desideri latenti giusto un filo-filo inquietanti – tutto quello che mi viene da chiedere ai sostenitori di ‘sta bestialità è: “ma quanto siete frustrati?”)

E basta, finita lì. O sei (brutalmente) a favore di questo pacchetto di proposte o sei “no vax”; o sei a favore di questa proposta in questi precisi termini o sei “contro la scienza”. Nessuna discriminazione del particolare, nessun rispetto o attenzione per il contesto, per la complessità, di cui invece, almeno a mia conoscenza, la scienza si nutre.

Mi fermo qui. L’ottimo Massimo Sandal ha già scritto un bell’articolo spiegando perché la scienza non può essere oggetto di propaganda politica – alle sue argomentazioni aggiungo solo che ragionamenti analoghi ma opposti possono (e devono) essere fatti dinnanzi a proposte sbalorditive come l’ultima, quella di quarantenare i bambini appena vaccinati.

Che fare dunque?

Non lo so.

Credo che il dibattito pubblico sul tema abbia raggiunto vette di inasprimento tali da rendere improponibile affrontare il discorso, che si parli dell’obbligatorietà o meno dei vaccini, del loro rapporto rischi/benefici o delle cause e dei numeri dell’esitazione  vaccinale in Italia – che sono tutti temi profondamente diversi fra loro, ma, ahimé, nel calderone tutto si mescola in un pappone in cui discernere alcunché diventa impossibile. Non invidio i divulgatori che tentano di affrontare il tema.

Credo anche sia ora di ammettere che questo dibattito non è poi così importante o influente – né, come accennavo all’inizio, particolarmente interessante, almeno per quanto mi riguarda. Oggettivamente, specie ora che il rischio di un’epidemia di morbillo appare scongiurato, non abbiamo un’epidemia di malattie esantematiche in corso, né legioni di bambini storpiati da pericolose vaccinazioni, quindi misure urgenti da prendere non mi pare ce ne siano.

La mia personale risposta resta quella con cui ho titolato questo pezzo: io di vaccini non parlo, e finita lì.

Se volete, fate pure. Scegliete la vostra tribù, stringete in mano la bandierina del vostro scimmione alfa preferito, ficcatevi l’elmetto in testa e via, lanciatevi pure a testa bassa nel dibattito.

Adottare un altro approccio sarà particolarmente sgradevole, sappiatelo: perché una volta che le questioni diventano importanti per questioni di identità ed appartenenza, a non stare da nessuna parte si finisce con lo stare sul cazzo un po’ a tutti.

AGGIORNAMENTO: nello scrivere “non lo so” mi riferisco alla situazione del dibattito nostrano, che, almeno per un discreto periodo di tempo a venire, trovo abbia raggiunto un livello di polarizzazione e scontro irreversibile. In realtà degli studi che propongono approcci che paiono efficaci esistono: proporre alla popolazione dei dati che parlano dei rischi connessi alle malattie prevenibili, dell’innocuità dei vaccini o addirittura la narrazione di storie individuali drammatiche di bambini irrimediabilmente danneggiati da queste malattie non serve.

Mutuando alcune idee dal marketing, un’idea interessante è quella di parlare in positivo dei benefici connessi all’immunizzazione, senza trascurare gli aspetti emotivi. Ma questa è solo un’opinione: un semplice metodo immediatamente applicabile per incrementare il numero dei vaccinati è quello di ricordare alle persone che è ora di vaccinarsi.


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