[Recensione libro] – La meravigliosa vita degli elementi

Dal nulla…

Verso fine settembre sono stato contattato dalla casa editrice Vallardi, che mi ha proposto l’invio di un nuovo libro del loro catalogo, questo “La meravigliosa vita degli elementi” di Bunpei Yorifuji. Io ho pensato qualcosa tipo “evvai, roba gratis, sono un influencer importante” (mi esalto per molto poco); all’arrivo del libro, ho capito che la mia trasformazione nella Ferragni della chimica italiana era ormai compiuta, il mio successo ottenuto.

Non fate studiare chimica ai vostri figli, poi si ritrovano a scrivere intro così.

Sì, quella in cima è una macchia di unto.
La sovraccoperta riporta, all’interno, la tavola periodica come è illustrata nella parte 3 (vedi oltre)

Adesso l’ho letto con cura e, nonostante Vallardi non mi abbia chiesto di farlo, colgo volentieri l’occasione di scrivere del libro, anche per spezzare l’annetto e passa di silenzio in cui langue il mio blog.

In un guscio elettronico*

“La meravigliosa vita degli elementi” (che poi, diciamocelo, i titoli di ‘sti libri son tutti uguali; vuoi fare un libro divulgativo di chimica che sia originale? Intitolalo “La mediocre esistenza dei composti”. Non garantisco funzioni) è un libro illustrato opera di Bunpei Yorifuji, illustratore giapponese che scopro in questa occasione. In realtà la pubblicazione originaria, da parte di Kagaku-Dojin, è del 2009, ma è stato portato in Italia da Vallardi a settembre di quest’anno.

Si divide in cinque parti. La prima è una parte introduttiva in cui l’autore racconta come è nato il suo interesse per gli elementi (spoiler: rischiando di ammazzarsi con dell’elio. Davvero) e in cui cerca di contestualizzare la presenza degli elementi sulla Terra, oltre che di mostrare come è variata nel tempo la presenza di vari elementi nel contesto quotidiano di ciascuno di noi.

L'”armatura in acciaio” conta anche come tipico abito odierno

Nella seconda e terza parte, che costituiscono il blocco principale del volume, ciascun elemento della tavola periodica viene antropizzato e presentato all’interno di una “super tavola periodica”. In questa sezione, ogni elemento viene rappresentato, appunto, con forme umane maschili e vestito ed acconciato in maniera tale da seguire un codice grafico che dà (o almeno, dovrebbe dare) una idea di insieme immediata sulle proprietà dell’elemento: periodo di massima di scoperta, ambiti di applicazione umana più rilevanti, gruppo di appartenenza e, tutto intorno, una serie di arricchimenti (o rimandi a ciò che c’è nel breve testo) grafici tutti molto carini e pucciosini che concorrono a motivare l’acquisto dei libri illustrati.

Avevate problemi coi pesi atomici, ne avrete di peggiori coi peni atomici

In chiusura, una brevissima parte sulle strutture di alcuni composti di interesse, ed alcuni raggruppamenti elementari, arbitrariamente selezionati dall’autore (es. “il trio dei semiconduttori digitali, “i quattro imperatori esplosivi”). 

Infine, la quarta sezione fa una panoramica sul rapporto fra elementi ed organismo umano: qui è illustrata (in tutti i sensi) la composizione del corpo umano in termini di elementi, le carenze causate da alcuni di essi ed alcuni esempi di fonti di approvvigionamento alimentari nei cibi. Ora che sapete che il sangue di tartaruga è ricco di ferro, non starete mai più senza. 

C’è poi un’ultima, breve parte che ho trovato particolarmente interessante, sulle necessità industriali degli elementi per applicazioni specialistiche e sulla carenza globale di alcuni di essi.

Ma passiamo a giudizi e opinioni, che tanto so che dei fatti ve ne frega niente.

Bestie. 

*il titolo del paragrafo si riferisce all’espressione anglofona “in a nutshell”, che significa letteralmente “in un guscio di noce” e si usa idiomaticamente per introdurre il riassunto di un tema, un po’ come “in breve/in poche parole”. Si chiama “shell”, però, anche il livello correlato al numero quantico principale n di ciascun elettrone di un atomo; insomma, il processo mentale è stato quello di immaginare di storpiare “in a nutshell” in “in an electron shell” (quindi male) e poi di tradurlo, generando così un brutto gioco di parole che in più mi costringe a scrivere questa nota verbosa e pesante. Devo fare più attività fisica.

Quello che mi è piaciuto

Oh, il libro è un libro illustrato e come tale credo che le prime parole vadano spese per rispondere alla domanda: “è bello?”. 

Sì, è bello

Oddio, la tricromia bianco/nero/giallo sulle prime mi aveva un attimo lasciato perplesso, ma in effetti sul lungo periodo devo dire che fa il suo lavoro, risultando stilosetta e, a conti fatti, adeguata allo scopo.

Risulta anche un po’ di sinistra, diciamocelo – ma non preoccupatevi, credo vi possa piacere anche se in camera avete il poster della Thatcher. Lo so, lo so, sembra una cavolata… ma io ne resto convinto. Non ho idea di che cosa stia scrivendo.

Il gioco fa sempre il suo effetto quando si tratta di apprendere, non c’è niente da fare: l’approccio ludico serve bene l’intento di Yorifuji di rendere la tavola periodica più accessibile e semplice da ricordare. Il mio preferito è il neodimio, e adesso non dimenticherò più che si contende col samario il titolo di miglior magnete dell’universo, né che in lega col disprosio si ottengono magneti più resistenti alla smagnetizzazione. Ottimo.

Circa i contenuti, direi che siamo sul “buono” pieno. E’ chiaramente l’aspetto su cui mi sono soffermato con più attenzione e quello su cui romperò di più le balle nell’apposito paragrafo, ma in generale secondo me è una buona lettura/consultazione; certo non un compendio esaustivo sulla tavola periodica – ma non è, palesemente, ciò che vuole essere. Credo meritino una nota di lode la traduzione e adattamento di Ramona Ponzini con la revisione di Andrea Marchesani, perché scorrono benissimo, cosa credo non facile per un’opera di questo tipo. Un paio di imprecisioni sono rimaste, ma so per esperienza che è difficilmente evitabile… ovviamente ci punterò un grosso faro addosso fra un paio di paragrafi, ma che volete farci, è il privilegio di chi recensisce.

Altro aspetto che ho apprezzato della trattazione dell’autore, è che non ci sono sproporzioni particolari nell’approfondimento dedicato a ciascun elemento. E’ chiaro che, per dire, del cloro dice molto di più che non del francio, ma a parte gli elementi ultra pesanti del periodo 7, tutti gli elementi della tavola periodica hanno la dignità di avere una sezione dedicata e, al minimo, un aneddoto interessante o una applicazione pratica. Questo è molto rinfrancante per chi, come me, lavora in campi vicini alle life sciences e si ritrova ad avere una tavola periodica che, fondamentalmente, finisce con il calcio e include sporadicamente qualche metallo di transizione. Che tristezza.

Uh, e mi sono piaciute molto le ultime due pagine della terza parte, in cui si vede come gli elementi interagiscono fra di loro all’interno dei composti; qui il cartoon si fonde perfettamente con la struttura tridimensionale di molecole e sali. Bello, bravo mr. Yorifuji.

Quello che potrebbe piacervi, oppure no

Ecco, una cosa che va nettamente a gusti (e che in effetti a me non piace particolarmente) è che è tutto molto… giapponese. Dal modo di intendere l’organizzazione degli argomenti allo stile grafico, passando per gli esempi fatti sul cibo o di contesto storico, LMVdE (madonna che acronimo terribile) è inconfondibilmente un libro nipponico. Certo, l ‘autore (e Kagaku-Dojin) fa bene attenzione a strizzare l’occhio al mercato internazionale, portando anche qualche esempio, appunto, internéscional*, però com’è, come non è, alla fine saprete perfettamente che il Giappone non è più il primo produttore mondiale di Indio dal 2006 – sono certo non ci dormivate la notte.

Ma niente panico, recuperiamo col selenio!

A parte questo, ho una perplessità sulle scelte di Yorifuji: gli elementi sono antropizzati, e lo sono tutti al maschile. Spesso con tanto di pisello elementale di fuori, tra l’altro. Si potrebbe obiettare che “beh, sono elementi, non elemente, come volevi che fossero?”, però è anche vero che non ho idea del genere attribuito agli elementi in giapponese (in effetti non ho nemmeno idea se ci siano né come siano organizzati i generi, in giapponese; la mia cultura in materia si ferma a “shojo” e “shonen”, e makankosappo a tutti) e comunque, anche in italiano, si usa il maschile in assenza del neutro, è un artefatto linguistico. Una volta che rappresenti un atomo come un essere umano non ci sono motivi precisi per cui questo non possa essere di genere femminile**, perché non rappresentare al femminile il berillio o l’afnio? Tra l’altro, le donne non è che non ci siano: compaiono, ma solo come assistenti alla vestizione, nel rappresentare la coppia stereotipica nella prima sezione, nell’ultima tavola o… ah sì, con due gigapoppe così quando l’autore cita l’uso del silicio nelle protesi al silicone. Ed è tutto.

Cioè.

Ed ecco, ragazze, qualcosa in cui potete immedesimarvi!
“He he”

Devo confessare che col tempo la cosa mi ha infastidito sempre meno e l’ho trovata sempre più veniale, però… non lo so, alla fine sentivo la necessità di sottolinearla. Poi vedete voi.

*che poi vabbè, de facto inizia e finisce con la “colazione occidentale” – con uova e bacon, ovviamente. E’ un libro sul Giappone, dai. E va bene così, è parte del suo fascino.

**o qualsiasi cosa nel mezzo – certo però che rappresentare lo zirconio come, che so, chiaramente mtf sarebbe stato un attimo complicato.

Quello che non mi è piaciuto

Il particolare codice grafico scelto da Yorifuji funziona, ma fino ad un certo punto. C’è da dire che le idee avute dall’illustratore, e la loro realizzazione, sono di per sé più che degne di lode, però… oh, però pur avendo consumato pagina 33 io continuo ad essere convinto che ci sia la ricerca di una qualche corrispondenza fra gli elettroni di valenza di un elemento e le sue fattezze, ma non la trovo. E mi sa che mi inganno. Ci sono inoltre alcuni piccoli accorgimenti che semplicemente non vengono spiegati: elementi classificati come “velenosi” per l’uomo sono rappresentati con degli occhiali da sole, ma questa cosa non è mai spiegata nella legenda (poi può essere che me la son persa io perché son stordito, eh).

Devo però rendere giustizia alle idee dell’autore: non è immediatissimo, ma in effetti ci si può fare un’idea delle principali (o più interessanti) proprietà di un elemento solo guardando il personaggio che lo rappresenta, e non è una cosa da poco.

Veniamo ai contenuti, perché è qua che un libro del genere se la rischia quando è letto da uno specialista. L’ho già scritto, i contenuti sono… buoni. Un paio di errori però li ho trovati, e vorrei che se qualcuno che legge queste righe acquistasse il libro (cosa che non sconsiglio affatto) ne fosse consapevole.

A parte un refuso che veramente da poco (“idrogeno liquido” nella pagina dell’azoto, ma è ovvio che si tratta di un refuso), l’unico errore davvero degno di nota l’ho letto nella descrizione del’ossigeno: “Ruggine e muffa sono due forme di ossidazione”. Erhm… no; la ruggine è una forma di ossidazione, le muffe, invece, sono organismi – che ok che sono delle gran fighe, si mangiano praticamente qualsiasi cosa e prosperano in ambienti impossibili per qualunque altro eucariota, ma sul metallo puro hanno ancora qualche difficoltà, via.

AAAAAAAARGH!!!
(Sulla sinistra, “l’idrogeno liquido”. ‘ste due pagine sono il ricettacolo di sfiga del libro, mi sa)

Credo però sinceramente sia un lost in translation sfuggito al revisore; magari in originale (vado a braccio, non ho assolutamente alcuna cognizione della lingua giapponese) era un qualcosa che alludeva, che so, tipo alle “fioriture” del metallo (boh?) ed è stato reso come “muffa”. Quello che mi preme, però, è che se leggerete il libro avrete a mente che le muffe NON sono forme di ossidazione.

Che poi vi beccate 4 in scienze e la colpa è mia che non ve l’ho detto.

Cosa ci avrei messo, che non c’è? Beh, ecco, quello che trovo manchi quasi senza eccezione nei testi di chimica, o che parlano di chimica, è un chiarimento netto su quale sia la natura di elementi e composti a livello macroscopico, tangibile: un paragrafetto del tipo

un elemento si presenta facilmente in maniera del tutto diversa rispetto ai suoi composti, e c’è caso che le proprietà e l’aspetto dell’uno non c’azzecchino niente con quelle dell’altro. Il sodio, quando è da solo, è un metallo lucentissimo e che si taglia con un coltello, mentre il cloruro di sodio con cui vi hanno fatto due balle così in tutti gli esempi del pianeta è un sale che non ha nessuna delle proprietà macroscopiche del sodio elementare, ANCHE SE in entrambi i casi ci sono atomi “Na” e alcune proprietà sono conservate

aiuterebbe molto a comprendere la differenza fra elementi e composti. Qui non c’è, ed è un po’ un’occasione persa. Ma non c’è praticamente mai, quindi non è una nota di demerito, quanto più un mio desiderata.

In conclusione

Cos’ho (ancora) da dire, dopo questo colossale tl;dr?

Che “La meravigliosa vita degli elementi” è, al netto dei suoi (pochi) difetti, un libro piacevole, molto bello graficamente (e grazie) e che, secondo me, è un acquisto per sé che vale la pena, o un regalo molto piacevole se siete in cerca di qualcosa di nerdy che non vi svuoti le tasche, sia bello, utile ed originale e non sia la solita stracazzo di tazza con la formula di struttura della caffeina o peggio la scritta “se non sei parte della soluzione, sei parte del precipitato”.

Cioè, raga, basta, davvero.

Io la odio, quella battuta.

Anzi, la iodio.

Pubblico in delirio. Sipario.


Come sempre, GRAZIE per aver letto sin qui – e stavolta un bel “grazie” anche a Vallardi per l’invio della copia, anche se mi sa che se ne sono già pentiti. Ho latitato per un sacco di tempo dallo scrivere ma ho la seria intenzione di riprendere, perciò se vi divertite cliccate in giro le varie campanelle e soprattutto considerate di seguire la pagina Facebook che, essendo vecchio, uso come social principale. Ciao!

Se il libro vi interessa, potete acquistarlo a questo link.

Il demone e la scimmia

La scimmia cercava lungo la strada, quando all’improvviso le si materializzò di fronte il demone.

Questo era una figura il cui simile la scimmia non aveva mai visto sino a quel momento: in qualche modo le assomigliava, ma allo stesso tempo non era come nulla che avesse mai visto. La sua pelle, o meglio la sua superficie, era liscia, lucida e dura; un po’ come i gusci duri degli insetti, certo, ma anche profondamente altro.

Non era né maschio né femmina, eppure era entrambi allo stesso tempo; la scimmia lo trovava attraente e repellente allo stesso tempo, seduttivo eppure intrinsecamente portatore dentro di sé di qualcosa di profondamente sbagliato. Avrebbe voluto essere in grado di capire meglio quell’essere, di definirlo meglio; ma in fondo, non era che una scimmia.

La scimmia era spaventata dal demone, ma meno di quanto forse avrebbe dovuto essere. Ogni sensazione, ogni singolo pensiero o emozione che il demone le suscitava era pervaso di ambiguità, conteneva dentro di sé il proprio opposto e non si faceva alcun problema a palesarlo apertamente. Sembrava prendersi gioco di ogni legge della natura, ma era anche portatore di una enorme potenzialità , che null’altro al mondo poteva avere. La scimmia lo sentiva e, certamente per questo, non fuggì terrorizzata dal demone ma, anzi, non appena il demone le si rivolse, si ritrovò ad ascoltarlo avidamente (la scimmia era molto curiosa).

IMG_20190628_190307“Scimmia, vengo per portarti un dono; ti vedo sorpresa, eppure so che mi cercavi. Per quarantamila anni non hai fatto che cercare freneticamente me: ciò che io ti porto, ciò che io sono.”

La scimmia era ammutolita. Il demone allungò un braccio e chiuse la mano a pugno, ma senza stringere, come a voler tenere un bastoncino in orizzontale davanti a sé. Qualcosa cominciò a prendere forma nella mano del demone, anzi sembrava scorrere dalla mano:  prima una forma ad arco verso il basso e poi, collegata a questa ma indipendente, apparve… sì, era un secchio. Ma era un secchio completamente diverso da quelli cui la scimmia era abituata: non era di metallo, ma sembrava fatto della stessa materia di cui era fatto il demone – in effetti proveniva da questo, l’ipotesi era ragionevole. Il secchio era di un bel blu lucido e, come il corpo del demone, dava l’impressione di essere duro; ma dava anche quella di essere un oggetto incredibilmente leggero, ed era pieno di granuli bianchi.

Adesso la scimmia era un po’ spaventata.

Ma restava terribilmente curiosa.

“Ecco il mio dono. È una materia come non ne hai mai avute a disposizione: potrai plasmarla in qualsiasi forma tu voglia e di essa ci sono moltissime varietà, così tante che ne troverai con ogni proprietà che ti serva. Ma in tutti i casi, sarà molto più leggera dell’acciaio, sarà impossibile che arrugginisca e un oggetto fatto con essa non si romperà, se dovesse cadere. Potrai plasmarla scaldandola e soffiandola, proprio come il vetro, ma ti basteranno temperature molto inferiori per farlo; e proprio come il vetro, essa potrà anche essere trasparente, rimanendo però infrangibile.

E ti dirò di più: è praticamente eterna.”

La scimmia era stupefatta.

“Demone, tu mi fai un dono incredibile. Ma io conosco la tua stirpe, e so che non fate nulla per nulla: cosa vuoi in cambio?”

“…oh, non preoccuparti. Ti farò sapere.”

La scimmia allungò la mano e prese il secchio senza pensare.

Il dono del demone

La scimmia fu sedotta quasi immediatamente dal dono del demone.

E comprese in fretta che, per quanto sgradevole, il dono era assolutamente meraviglioso. IMG_20190624_180636Si trattava della materia più incredibile che potesse immaginare: bastava uno stampo e la scimmia poteva farle acquisire e conservare letteralmente qualsiasi forma; non solo, ma bastava aggiungere un pizzico di questo o un pizzico di quello e questo materiale fantastico acquisiva tantissime proprietà differenti.

Soprattutto, era bellissimo. All’improvviso, un multiverso di funzioni e di forme prima solo sognate le si spalancò innanzi. Bastava fare uno stampo (molto più semplicemente che per i metalli, tra l’altro), scaldare un po’ dei magici granelli, colare nello stampo il materiale fuso ed ecco fatto. Qualsiasi cosa poteva essere ottenuta. Ed in quantità enormi.

Meravigliata, la scimmia diede un nome a questo dono, una parola che assomigliava al dono del demone: aveva un suono sgradevole a pronunciarsi, ma allo stesso tempo affondava lunghe radici nella storia di quel mondo, mondo cui si trovava pur senza appartenervi del tutto. Questo nome descriveva perfettamente come il dono del demone fosse in grado di essere  plasmato perfettamente e senza fatica in una forma a scelta del suo padrone; di come questa materia dei miracoli fosse plastica.

IMG_20190622_110413La vita sulla Terra conosceva già da molto tempo delle molecole simili alle plastiche: tutti i viventi si basavano da sempre su delle sofisticate nanomacchine che, sfruttando la poca energia data dal calore circostante, potevano dare il via a delle reazioni chimiche altrimenti impossibili. Queste nanomacchine, dette enzimi, erano formate da delle catene di centinaia di piccole molecole, gli amminoacidi, che unendosi davano vita a delle nuove molecole, formate da catene di centinaia di aminoacidi, dalle proprietà completamente diverse rispetto a quelle delle molecoline di partenza: gli enzimi, appunto.

Di più, le piante avevano trovato il modo di utilizzare alcune delle loro nanomacchine, per unire fra loro non aminoacidi, ma migliaia di piccole molecole di glucosio, formando una gigantesca molecola dalle proprietà strutturali eccezionali, che non si ripiegava ma dava vita a dei bei filamenti lineari, sui quali basarsi per poter costruire dei fusti molto alti e resistenti: si trattava della cellulosa.

IMG_20190628_190326Siccome gli organismi, sino a quel momento, avevano avuto moltissimo tempo per incontrare e studiare tutte queste enormi molecole, chiamate collettivamente polimeri proprio perché formate da molte piccole molecole unite fra loro, avevano anche avuto occasione di sviluppare alcuni enzimi dedicati specificamente a fare a pezzi i polimeri, smontandoli nelle molecole di origine: questo era particolarmente utile, perché tutti i “mattoni” dei polimeri erano riutilizzabili in qualche modo.

Il dono del demone mimava questo meccanismo, ma utilizzava dei mattoni diversi rispetto a quelli cui i viventi erano abituati. Si trattava di piccole molecole antiche, piuttosto rare e difficili da ottenere sulla superficie, ma che si potevano estrarre in grande quantità e con relativamente poco sforzo dalle viscere della Terra: manufatti diabolici necessitano di risorse provenienti dalle profondità infernali, ovviamente.

Quando entrarono in contatto con il dono del demone, i viventi si trovarono perciò di fronte a qualcosa con cui non sapevano come comportarsi. I loro enzimi, diventati estremamente efficienti nel demolire i polimeri nel corso del tempo, non sapevano come comportarsi di fronte

a queste molecole: entravano sì in contatto con loro, le accomodavano nei propri siti attivi, ma poi… non trovavano niente di ciò che si aspettavano. Un gruppo estereo da attaccare, un atomo un po’ carico da sfruttare per far partire un mutamento conformazionale che avrebbe scatenato la catalisi… nulla. Le plastiche stavano lì, facendosi beffe degli enzimi dei viventi proprio mentre stavano sotto i loro denti, diventati improvvisamente inutili di fronte all’inattaccabile monotonia del poliestere o del polipropilene.

Le plastiche potevano essere eliminate solo nei modi tradizionali per la distruzione degli IMG_20190626_202149_sfocartefatti infernali: tramite il fuoco, o tramite esposizione prolungata alla luce del sole. Ma ben presto la scimmia dovette realizzare che anche queste soluzioni erano perlopiù illusorie: a meno che la combustione non fosse condotta in condizioni estremamente controllate, le fiamme eliminavano sì le plastiche, ma il processo dava origine a composti aromatici estremamente tossici per ogni forma di vita o quasi. Il potere della luce del sole, invece, era tale da riuscire a spezzare e ossidare le molecole dell’entità demoniaca, rendendo efficaci gli enzimi dei viventi nell’annientarla una volta per tutte. Ma la luce del sole aveva un importante problema: era terribilmente lenta nello svolgere questo processo, e nemmeno il suo potere bastava a tenere a bada la quantità smodata di plastiche che la scimmia, in un tempo brevissimo, aveva fatto comparire sulla Terra.

La mente della scimmia

La scimmia cominciò a considerare il problema quando scoprì che la plastica aveva un potere infernale: non si poteva realmente distruggere per via meccanica, ma solo scindere in pezzi più piccoli, così piccoli che potevano persino diventare invisibili, sino a scomparire alla vista ma senza perdere la propria natura. Erano così piccoli, e la plastica prodotta in quantità così copiose, che cominciò a capire che il dono del demone era entrato anche letteralmente dentro di lei, in forma di pezzi piccolissimi, ma pur sempre dotati di tutte le loro proprietà. Il dono era lì per restare, e lei ne era stata corrotta. Prima all’esterno, producendo con le plastiche non solo oggetti che altrimenti non sarebbero stati possibili e che le avevano permesso evoluzioni stupefacenti in campi come l’ingegneria avanzata, la ricerca biomedica e infiniti altri, ma anche milioni di oggetti di consumo dalla vita utile brevissima, ma che non avrebbero cessato di esistere per secoli. I mari, le terre, il pianeta ne era pieno. E poi all’interno, perché quella quantità immensa di materiale demoniaco si stava scindendo in pezzetti infinitamente minuscoli, pervadendo ogni angolo animato ed inanimato del globo, inclusa la scimmia stessa.

Pensò di riparare al danno, ma ormai era troppo tardi: il dono del demone l’aveva 6g2pbhv8k1tscompletamente assuefatta, e nulla poteva farla tornare indietro. La sua mente si era evoluta rispondendo a stimoli appartenenti ad un mondo in cui la scimmia doveva riprodursi e sopravvivere e null’altro, non ad uno che avrebbe dovuto preservare, anzi; e questa mente non poteva rinunciare al salto epocale di qualità della vita che la scimmia aveva avuto grazie al dono del demone. Evolutosi per reagire a pericoli immediati e visibili come una tigre o un incendio, il cervello della scimmia non riusciva facilmente a trarre conclusioni complesse, quindi a registrare quel materiale liscio, colorato come una minaccia: per esso, ciò che contava è il qui ed ora, non il frutto ipotetico di sue elaborazioni. La considerazione che il bicchiere del caffè bevuto in qualche minuto le sarebbe sopravvissuto di diversi secoli appariva fumosa e distante, il caffè profumato e invitante. La consapevolezza che per produrre quegli oggetti lisci e lucidi stava trasferendo quantità immense di carbonio dal sottosuolo alla superficie, e poi da lì all’atmosfera creando problemi catastrofici, era oscura e incerta; gli oggetti, invece, tangibili e piacevoli.

Intanto, la produzione di plastiche continuava ad aumentare.

Lo sguardo dell’alieno

Non lo so, scimmie; per me il problema non sta nel manufatto infernale che vi ritrovate a maneggiare, ma in quello che avete in testa. E’ evidente che fate molta fatica ad identificare i i pericoli privi di zanne o artigli affilati, il che non è sorprendente, dato che le vostre capacità interneuronali sono sorte in un mondo in cui era molto più facile tumblr_lw0tmrnM8M1qhslato1_640morire dilaniati piuttosto che intossicati, o in una catastrofe climatica che avete causato collettivamente. Peggio di tutto, siete estremamente scettici verso le vostre stesse conclusioni, e sinché non potete percepire le conseguenze di quei pericoli come fareste con degli artigli o delle zanne, semplicemente non fate nulla per evitarli.

Non potete farci niente, siete fatti così.

Col dono del demone non siete diversi: piuttosto che buttare via dei broccoli che mangerete fra due giorni, li avvolgete in un oggetto che potrebbe durare un millennio. E intanto fate spallucce di fronte al fatto che il mondo intorno a voi viene lentamente ma letteralmente modificato da questo, abbruttito oltre la possibilità di recupero, le altre specie decimate, la vostra intossicata.

Non voglio mentirvi, né spacciarvi soluzioni semplici: a differenza della progenie infernale, io non voglio donarvi nulla al di fuori di voi, ma qualcosa al di dentro.

Voglio che alziate lo sguardo dalle mie parole e che vi soffermiate su uno degli svariati oggetti di plastica che sicuramente avete intorno e che iniziate a vederlo per quello che è: un manufatto pieno di una potenza inespressa, progettato per servirvi al massimo qualche anno, ma che difficilmente morirà mai del tutto prima che la vostra civiltà abbia termine. Ha il volto rassicurante di una penna, di un pupazzetto di qualche promozione o di un oggetto da cucina, ma in realtà è un manufatto pieno di una vitalità inarrestabile.

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Ecco, guardate agli oggetti di plastica in questo modo in tutti i momenti, mentre siete al lavoro, per strada, in casa. Pensate che settant’anni fa nessuno di questi esisteva, e la vostra specie prosperava ugualmente.

Se questo comincerà a generarvi un senso di angoscia e di oppressione, allora potrò darvi il benvenuto nel mio mondo. E a parlarvi di come, nonostante tutto, credo sia ancora possibile portare a termine il compito immane che la mia specie insegue da moltissimo tempo: distruggere il demone (continua).


Ben ritrovate, scimmie! La tematica è immensa, tanto che ho deciso di dividere il mio discorso sulle plastiche in due parti – questa è quella catastrofica e in cui mi diverto a raccontare, la prossima sarà meno narrativa e un po’ più speranzosa. Ma non troppo: credo che la divulgazione debba sì non generare allarmismo gratuito, ma Greta Thunberg ha ragione, se casa tua sta bruciando la cosa giusta da fare è andare nel panico e correre a prendere dei secchi, non cercare chi ti dica “nessun problema, va tutto bene”. 

La tematica è ovviamente immensa e multisfaccettata: per questo suggerisco  due approfondimenti divulgativi apparentemente poco attinenti. Il primo è il classico Il mondo senza di noi di Alan Weisman, che a mio parere aiuta a rimettere le cose in prospettiva. E a proposito di mettere le cose in prospettiva, il secondo è La scimmia nuda di Desmond Morris, ovvia ispirazione per il tema del post e, comunque, testo fondamentale per chiunque, a mio modesto parere. Poca chimica a ‘sto giro, insomma, ma vedrete che il focus tornerà presto da quelle parti.

A presto con la seconda puntata!