Perché non parlo di vaccini

Mi è stato chiesto più volte di scrivere di vaccini da parte di persone che apprezzano quello che scrivo (grazie), spesso con la convinzione che l’avrei fatto “blastando” gli “analfabeti funzionali”, o comunque in maniera ferocemente “pro-scienza”. Le ho sempre deluse, adducendo come motivazione il fatto che non sono un esperto (è un fatto vero), ma soprattutto che non lavoro in ambito sanitario e quello dei vaccini non è un problema scientifico.

E, a dirla tutta, ‘sto dibattito sui vaccini che sembra rinverdirsi ogni sei mesi circa mi annoia profondamente e non è un argomento che trovi così interessante.

Non è e non può essere una questione scientifica

Scusate, ma la scienza (che poi, ‘sto citare “la scienza” a ogni pié sospinto mi lascia almeno perplesso… ma aspé, ci torniamo) cosa altro dovrebbe dire, esattamente? Ci sono già tutti i dati epidemiologici per ciascun vaccino in commercio, le percentuali di efficacia, quelle delle reazioni avverse e compagnia cantando. Che altro volete? Risposte secche, del tipo “buono/cattivo”? Non funziona così.

Non funziona così perché una volta che le scienze biomediche hanno detto qualcosa come “efficace al 99%, sicuro al 99.8%, la malattia invece al 10% dà delle complicanze gravi” non è che possano dire molto altro.

A parte tutta una serie di dettagli qualitativi circa i meccanismi immunologici che portano a questi numeri, ma guardiamo la realtà in faccia: di quelli non frega niente a nessuno.

Prendiamo ad esempio un numero dato a caso: il 99.8% di sicurezza. E’ tanto? E’ poco (tenendo poi presente che già la definizione di “sicuro” è tutto fuorché univoca)? Come già dicono centinaia di articoli e video che infestano ogni angolo della rete, la questione sta nel valutare il rischio insito nella pratica vaccinale, quello delle possibili complicazioni date dalla malattia e la percentuale di efficacia del vaccino, e da lì trarre le conclusioni (che solitamente sono schiaccianti a favore del vaccino).

I numeri non aiutano

Il problema principale nel trarre conclusioni di valore sta nel fatto che l’oggetto di valutazione, in questo caso, sono persone. A me, come analitico, viene spontaneo dire qualcosa del tipo “ok, errore inferiore di brutto al 3%, per me è sì, andiamo avanti”, ma non funziona (solo) così.

Prendiamo in esame qualche numero reale, già che ci siamo: il vaccino MMR (il cosiddetto “trivalente” contro morbillo, parotite e rosolia) ha un’efficacia fra il 90 e il 95% dopo la prima dose, che diventa quasi assoluta dopo la seconda dose – in effetti il richiamo serve ad immunizzare coloro che non hanno risposto alla prima. Prendendo in esame il solo morbillo, si vede subito che è una malattia pericolosa: il 30% circa di coloro che lo contraggono sviluppa complicazioni, con una mortalità che arriva allo 0.2 – 0.3% negli Stati Uniti. Il vaccino MMR, invece, dà effetti avversi seri nello 0.003% dei casi circa – e parliamo comunque di carenze di piastrine transitorie, non di rischio di vita se non in casi particolari: non c’è partita, anche solo per quanto riguarda il morbillo, il vaccino è cento volte meno pericoloso della malattia che previene e l’OMS non esita a raccomandarlo.

Ma allora da dove mai arriva l’esitazione o addirittura il rifiuto alle vaccinazioni? Sono tutti scemi o pazzi? Impensabile.

Resto fermamente dell’idea che, almeno in Italia, le cause siano da ricercarsi nella cattiva comunicazione sanitaria, specie riferita agli anni passati.

E in alcuni svitati irriducibili, naturalmente. Ma non sono loro il vero problema.

Un problema di comunicazione sanitaria

Su questo, circa un anno fa si è già espressa Annalisa in un famoso articolo cui ho dato un mio (molto modesto) contributo

consistito principalmente nel gestire gli umori dell’autrice mentre lo scriveva

e meglio di una professionista della comunicazione sanitaria non saprei fare. Dal mio punto di vista, però, alcuni numeri sono fondamentali per “fotografare” un possibile modo di nascita e sviluppo dell’esitazione vaccinale nel nostro Paese. Riprendiamo un attimo, a titolo di esempio, le statistiche statunitensi sul vaccino MMR: dopo poco più di una settimana dalla dose, il 5% circa dei vaccinati sviluppa rash cutanei – che per intenderci sono una roba molto brutta, tipo quella raccontata in questa pagina di blog (ho preso volutamente una pagina “popolare” – non aprite se il gore dermatologico non è la vostra passione).

Ed il punto è proprio che un conto è leggere su una pagina una frase asciutta come quella che ho usato io prima: “il 5% circa dei vaccinati sviluppa rash cutanei” (che peraltro spariscono spontaneamente in capo a qualche giorno), un’altra è vedere tuo figlio che da un giorno all’altro si copre di segni rossi che gli causano prurito e lo fanno piangere. Ipotizziamo che uno dei genitori, a questo punto, corra al centro vaccinale e chieda delucidazioni circa le condizioni del figlio. Verosimilmente nella maggior parte dei casi gli verrà spiegato che, appunto, succede una gran parte delle volte, che non c’è nulla da temere e che sparirà da solo. Idealmente gli verrà ricordato che il vaccino è molto più sicuro del morbillo stesso e blablabla.

Ma se un genitore riceve una risposta del genere:

“Signore, lei è pazzo. Il vaccino non c’entra. Torni a casa.”

Frase realmente riportatami, non invento nulla.

Quale sarà la facile conseguenza? Che il genitore, confuso, preoccupato e ferito, volgerà l’orecchio ad altre voci, voci che gli daranno conforto, ragione e getteranno benzina sulla fiammella del dubbio che adesso gli si è accesa dentro.

Sono gli svitati cui accennavo prima. E che non linko perché, veramente, già il blog della famigliola americana era un crollo nello stile, ma qui si precipita proprio nella spirale dei sitacci con vesti grafiche che erano già vecchie nel ’93

Nel frattempo, al bambino il rash sarà bello e che passato, ma probabilmente ora non riceverà gli altri vaccini, oppure li riceverà molto in là col tempo, beccandosi una inutile finestra temporale di rischio in cui potrà contrarre delle malattie prevenibili. E intanto abbiamo creato una bella coppia di no-vax più o meno radicalizzati, con cui sarà difficilissimo se non impossibile ragionare.

E ho parlato solo dei casi di reazioni avverse non gravi; immaginate cosa può capitare dopo un caso di reazione avversa grave che venisse accolto come sopra. Genererebbe abbastanza rabbia da far nascere una setta di adepti del metodo naturale di lotta alle malattie infettive, direi.

Che consiste nel non far nulla, se non fosse chiaro.

Di questo meccanismo di radicalizzazione non ci sono sfortunatamente dati quantitativi né prove che non siano aneddotiche (e detesto non essere in grado di portare dati precisi), ma di certo, restando alle reazioni non gravi, il 5% è una percentuale enorme. Parliamo di cinquemila soggetti ogni centomila vaccinati; persone che parlano con altre, si consultano fra amici, si fanno sentire nel dibattito pubblico.

E a proposito di dibattito pubblico.

Blastare non serve

Aaaaaaah, il blasting… quella pratica meravigliosa che piace tanto a grandi e piccini, inventata da chissà chi, resa celebre da Enrico Mentana

Mentana blasting
Esempio trovato dopo una ricerca di 0.8 secondi

ed adattata mirabilmente al contesto dall’immancabile Burioni.

Burioni
che però ultimamente si esprime artisticamente soprattutto su Twitter (che non so usare, quindi lo screen l’ho fregato da una pagina di adoratori)

Ora… io, davvero, non riesco a capire chi si esalta di fronte a questo modo di esprimersi, lo adotta a sua volta ogni volta che può e poi se la prende vedendo avversari ideologici adottare livelli di aggressività simile o superiore.

Come già avevo scritto a proposito dell’omeopatia, sono convinto che tutto questo non serva a nulla, se non a provare per un momento l’ebbrezza di fare la parte del bullo, anziché del bullizzato. Ma un bullo sempre bullo resta, e credo che questo atteggiamento non faccia che dare origine ad un altro “zoccolo duro”, una tribù opposta a quella dei “no vax”: quella dei… boh, di quelli che hanno letto un libro di Burioni e si sentono in diritto di dare del “poco scientifico” ad uno che di lavoro fa ricerca biomedica, suppongo.

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AAAAAH… molto meglio.

E così, con questa contrapposizione fatta di torce e forconi (che di scientifico non ha nulla, se non le rivendicazioni) la triste commedia del “noi contro di voi” va avanti. E però è importante sottolineare che l’esitazione vaccinale è un problema tenuto in seria considerazione dall’OMS, che lo considera una questione delicata e non suggerisce certo di insultare chi ha posizioni scettiche verso i vaccini.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Perché dove c’è una tribù fortemente ideologizzata, c’è anche un bel giacimento di consenso pronto per essere prosciugato, che attende solo che qualche fazione politica faccia proprio il tema e cerchi di riunire tutti gli appartenenti alla tribù sotto la propria bandiera.

E qui di tribù ce n’è addirittura due: i “pro vax” e gli “anti vax”.

Gesù Cristo, che tristezza.

E alla fine arriva la politica

come puntualmente è accaduto. E durante la scorsa campagna elettorale abbiamo assistito alle prime conseguenze di ciò che accade quando un tema trasversale, complesso, delicato e importante come quello delle vaccinazioni di massa finisce nel tritacarne della comunicazione politica che, come da copione, lo ha spietatamente risucchiato, semplificato, banalizzato, trasformato in slogan e, peggio di tutto, in bandiera. Chiedere per favore di non farlo non è servito a molto.

La superficialità del dibattito ha portato presto alla sovrapposizione fra le vaccinazioni, un tema circoscritto e tutto sommato fino a quel momento abbastanza “freddo”, e “la scienza” tout court: all’improvviso, nella percezione comune l’essere univocamente a favore di una scelta politica come l’obbligo vaccinale è diventato essere a favore “della scienza”.

(Tra l’altro non passa mai di moda il dire che la scienza non è democratica. Il che, all’interno di un dibattito politico democratico, tradisce dei desideri latenti giusto un filo-filo inquietanti – tutto quello che mi viene da chiedere ai sostenitori di ‘sta bestialità è: “ma quanto siete frustrati?”)

E basta, finita lì. O sei (brutalmente) a favore di questo pacchetto di proposte o sei “no vax”; o sei a favore di questa proposta in questi precisi termini o sei “contro la scienza”. Nessuna discriminazione del particolare, nessun rispetto o attenzione per il contesto, per la complessità, di cui invece, almeno a mia conoscenza, la scienza si nutre.

Mi fermo qui. L’ottimo Massimo Sandal ha già scritto un bell’articolo spiegando perché la scienza non può essere oggetto di propaganda politica – alle sue argomentazioni aggiungo solo che ragionamenti analoghi ma opposti possono (e devono) essere fatti dinnanzi a proposte sbalorditive come l’ultima, quella di quarantenare i bambini appena vaccinati.

Che fare dunque?

Non lo so.

Credo che il dibattito pubblico sul tema abbia raggiunto vette di inasprimento tali da rendere improponibile affrontare il discorso, che si parli dell’obbligatorietà o meno dei vaccini, del loro rapporto rischi/benefici o delle cause e dei numeri dell’esitazione  vaccinale in Italia – che sono tutti temi profondamente diversi fra loro, ma, ahimé, nel calderone tutto si mescola in un pappone in cui discernere alcunché diventa impossibile. Non invidio i divulgatori che tentano di affrontare il tema.

Credo anche sia ora di ammettere che questo dibattito non è poi così importante o influente – né, come accennavo all’inizio, particolarmente interessante, almeno per quanto mi riguarda. Oggettivamente, specie ora che il rischio di un’epidemia di morbillo appare scongiurato, non abbiamo un’epidemia di malattie esantematiche in corso, né legioni di bambini storpiati da pericolose vaccinazioni, quindi misure urgenti da prendere non mi pare ce ne siano.

La mia personale risposta resta quella con cui ho titolato questo pezzo: io di vaccini non parlo, e finita lì.

Se volete, fate pure. Scegliete la vostra tribù, stringete in mano la bandierina del vostro scimmione alfa preferito, ficcatevi l’elmetto in testa e via, lanciatevi pure a testa bassa nel dibattito.

Adottare un altro approccio sarà particolarmente sgradevole, sappiatelo: perché una volta che le questioni diventano importanti per questioni di identità ed appartenenza, a non stare da nessuna parte si finisce con lo stare sul cazzo un po’ a tutti.

AGGIORNAMENTO: nello scrivere “non lo so” mi riferisco alla situazione del dibattito nostrano, che, almeno per un discreto periodo di tempo a venire, trovo abbia raggiunto un livello di polarizzazione e scontro irreversibile. In realtà degli studi che propongono approcci che paiono efficaci esistono: proporre alla popolazione dei dati che parlano dei rischi connessi alle malattie prevenibili, dell’innocuità dei vaccini o addirittura la narrazione di storie individuali drammatiche di bambini irrimediabilmente danneggiati da queste malattie non serve.

Mutuando alcune idee dal marketing, un’idea interessante è quella di parlare in positivo dei benefici connessi all’immunizzazione, senza trascurare gli aspetti emotivi. Ma questa è solo un’opinione: un semplice metodo immediatamente applicabile per incrementare il numero dei vaccinati è quello di ricordare alle persone che è ora di vaccinarsi.


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti e se avete domande, curiosità, critiche o commenti vari da fare non esitate, qui o tramite la pagina di Contatto! Se il tema vi interessa, oltre alle fonti disseminate nell’articolo (Burioni è attivo su Facebook) vi segnalo anche Il Chimico Scettico, che di vaccini parla spesso e con Burioni è in aperta polemica. Se avete la pazienza di separare le “sparate” partigiane dal resto, sono due fonti ricche di contenuti interessanti… visto il clima creatosi intorno al tema della vaccinazioni, raccomando comunque sempre la consultazione del numero più vario possibile di fonti, oltre che un attento studio individuale, per quanto possibile. E PER DIO NON PARLATENE MAI SUI SOCIAL, PER NESSUNA RAGIONE 😀 .

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Il guazzabuglio dell’omeopatia

Ovviamente ambisco ad una qualche onorificenza per aver usato la parola “guazzabuglio” nel titolo di un blog.

Di cosa non sto parlando

Detesto le definizioni in negativo, ma statemi dietro un momento, per favore. La questione non è banale ed è molto, molto confusa.

Il problema è che l’omeopatia fa parte della foltissima schiera delle medicine alternative, che vengono spesso assimilate e confuse fra loro, dando vita ad una giungla retorica in cui occorre farsi strada a colpi di machete.

Che è esattamente il livello di finezza che preferisco.
machete
E che Danny Trejo incarna perfettamente, come tutti sappiamo.

Estratti naturali e rimedi erboristici (inclusi tisane, distillati, macerati, decotti, oli essenziali, tinture, impacchi, elisir, estratti secchi, divertitevipureacitarealtroneicommenti) non sono omeopatia. La naturopatia, la fitoterapia e tutte le pratiche correlate non sono omeopatia. La medicina tradizionale cinese non è omeopatia. Agopuntura, fiori di Bach, Reiki, cristalloterapia, magnetoterapia, coppettazione, ayurveda, chiropratica, sciamanesimo, Vudù e molte altre pratiche di medicina alternativa non sono omeopatia.

Anche se, essendo un nerd profondamente segnato da Monkey Island, ammetto che per me il Vudù resta su un piano superiore rispetto alle altre.

Di cosa sto parlando

contenitori
Che comunque trovo gradevoli, col loro aspetto ora un po’ alieno, ora un po’ fallico.

Sto parlando di quelle palline bianche che si trovano in tubetti palesemente ideati da ingegneri che, innamorati delle forme fantascientifiche ma inferociti verso l’umanità, hanno deciso di fornire all’utilizzatore finale il prodotto più scomodo possibile.

Seriamente… avete mai provato a farne uscire subito il numero giusto? È tecnicamente impossibile, ne sono certo.

Si parla di “granuli” e “globuli” omeopatici, a seconda delle dimensioni dei suddetti (se non erro i globuli sono quelli più piccoli ma potrei sbagliare – e comunque non ha alcuna importanza): da qui in avanti parlerò esclusivamente di granuli, ma ai fini del mio discorso i due termini sono intercambiabili.

Questi sono dei granuli di zucchero che vengono trattati con dei procedimenti complicatissimi, utilizzando macchinari costosissimi e venduti a carissimo prezzo e venduti a prezzo carissimo. E alla fine, restano dei granuli di zucchero. Senz’altro.

Fine della chimica dell’articolo. Davvero, a parte lo zucchero dentro non c’è niente. Nessun farmaco, nessun principio attivo. Ok, forse qualche residuo di produzione o di contaminazione ambientale (i contenitori sono fantastici, va bene, ma non sono frutto di qualche tecnologia superiore o venduti in confezione sterile, sotto pressione di gas inerte, qualche nientegrammo di qualcosa ci potrà pure finire, no? Un po’ di polvere, santo cielo!), ma a parte questo, dentro non c’è nulla.
Niente.
Nada.
Nix.

Oh, lo disse la portavoce della Boiron, eh.

Vabbè, ma allora di che stiamo parlando? Tutti quelli che fanno uso dell’omeopatia sono scemi? Tutti gli omeopati sono truffatori?
Io non credo proprio.
Per arrivarci, però, sono costretto a raccontare per sommi capi cos’è e come è nata l’omeopatia.

Che cos’è l’omeopatia

Nel 1790 il medico tedesco Samuel Hahnemann stava traducendo dall’inglese al tedesco la Materia medica pubblicata l’anno prima da William Cullen. Qui si imbatté nella descrizione degli effetti della corteccia di chinino, efficace nell’alleviare i sintomi delle febbri intermittenti, specialmente quelle causate dalla malaria. Cullen spiegava questo effetto con il gusto amaro e le proprietà astringenti del principio attivo contenuto nella tintura di chinino, ma Hahnemann osservò giustamente che la spiegazione non aveva senso, perché molte altre sostanze anche più astringenti del chinino non avevano alcun effetto sulle febbri intermittenti.

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Nella foto: una soluzione acquosa di zucchero, anidride carbonica e principio attivo contenuto nella tintura di chinino.

Deciso a capire come funzionasse il chinino, Hahnemann si comportò con questo, un composto potenzialmente tossico, nella maniera più saggia, ponderata e sicura che si possa pensare: ne assunse più o meno due etti al giorno, per qualche giorno.

Maledetto pazzo.

Intossicatosi di brutto, sperimentò quindi dei sintomi molto simili a quelli delle febbri malariche, ma in forma attenuata. Il suo ragionamento fu dunque il seguente: “so che questa cosa attenua i sintomi delle febbri intermittenti, ma so anche che se la assumo avrò sintomi molto simili a quelli delle febbri stesse. Allora, per guarire qualcuno da una malattia devo dargli qualcosa che gli causi dei sintomi analoghi a quelli della malattia, ma in forma più attenuata, in modo da cercare di non ammazzarlo nel processo”.

Va bene, forse non l’ha pensata PROPRIO così, ma il senso era quello.

La cosa più importante che concluse, però, era che per determinare quali sostanze fossero indicate per il trattamento delle malattie queste andassero sperimentate su delle persone sane, e solo quelle capaci di indurre i sintomi cercati fossero adatte. Chiese così a dei volontari di assumere piccole dosi quotidiane di varie sostanze di origine animale, vegetale e minerale e di riportare su un quaderno il proprio stato generale giorno per giorno; questo diario gli sarebbe poi stato consegnato ed Hahnemann avrebbe tratto le proprie conclusioni circa l’utilità o meno di un composto.

Se ti andava bene sperimentavi il polline. Altrimenti, buon divertimento col “Menstruum”.

Visto che i sintomi indotti dovevano essere appena percettibili (non si può dire che non ebbe imparato dall’esperienza), le dosi usate per trattare le malattie erano infinitesimali. Una decina di anni dopo, trattando la scarlattina, estremizzò il ragionamento sino ad usare le diluizioni estreme che oggi portano ai granuli di zucchero – quelli da cui sono partito.
Ecco tutto.

Vale la pena sottolineare come, con questo metodo, Hahnemann fece provare davvero di tutto ai suoi volontari: quella sul “Menstruum” non era una battuta e nel prontuario omeopatico c’è più o meno ogni cosa, dal fegato di anatra allo zolfo. Ma tranquilli, le diluizioni sono tali che alla fine tutto quello che resta è acqua.

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Madartlab illustra come effettuare una succussione. Qui però non ci sono né il cuoio, né la Bibbia. Sono confuso.

Ah già, a seguito di una serie di altre osservazioni e di conclusioni tratte inferendo giusto giusto qualche dato, Hahnemann concluse che non solo i principi attivi dovevano essere diluiti in maniera demenziale (fino a che alla fine nell’acqua non resta altro che… acqua), ma anche che fra una diluizione e l’altra il boccettino doveva pure essere sbatacchiato un tot di volte su una superficie di cuoio. Il medico, se non sbaglio, sbatteva il recipiente cento volte su una Bibbia rilegata in cuoio. Questo dovrebbe dinamizzare la soluzione, ed è il vero motivo per cui il medicinale omeopatico funziona, perché libera la spiritualità del principio attivo, permettendo al suo spirito dinamico di impattare sull’organismo e…
…no davvero, non lo so. Se volete su Internet c’è una tonnellata di roba da leggere su questo processo, che è chiamato “succussione”, “dinamizzazione” o “potentizzazione”.
Dai, andiamo avanti.

La chimica non c’entra nulla

Per quanto mi addolori scriverlo, la chimica non può evidentemente fornire una spiegazione convincente del fenomeno omeopatia.

Nel senso, la chimica si è già espressa: nei flaconcini sadici c’è solo zucchero. Saccarosio e lattosio – la formulazione esatta dipende dal produttore. Ma è tutto.

La Rete è strapiena anche di articoli che illustrano per filo e per segno come, al di sotto di un certo livello di diluizione, corrispondente ad un quantitativo inferiore ad un numero di Avogadro di…
…dai, regà. Tutto questo non ha senso, è ovvio; ma devo davvero spiegarvelo? La roba stradiluita, i granuli di zucchero che non contengono nulla, lo sbatacchiare i boccettini, le conclusioni strambe… è una questione di buon senso, non è che ci voglia un chimico per trarre le conclusioni: ‘sti trattamenti non servono a niente. Non hanno alcuna azione farmacologica. A meno che uno non sia diabetico o intollerante al lattosio. In quel caso so’ cazzi (almeno potenzialmente).

Nel cercare materiale per questo articolo mi sono imbattuto in una nutrita serie di pagine che spiegavano, invece, come e perché i trattamenti omeopatici funzionino, citando anche articoli scientifici a sostegno di questa tesi. Sono andato a leggermi alcuni di questi articoli, e una volta grattata la superficie non ho potuto che constatare che arrivano a conclusioni… imbarazzanti. Lo ripeto: i trattamenti omeopatici non servono a nulla, da un punto di vista farmacologico.

Ma il punto non è quello.

L’importante non sono i farmaci

Hahnemann era un uomo del suo tempo.
All’epoca in cui questi operava, le conoscenze biomediche erano incredibilmente arretrate rispetto a quelle odierne, anche se da esse ci separano solo poco più di due secoli: i medici utilizzavano una serie di trattamenti basati quasi esclusivamente su conoscenze empiriche (“boh una volta ha funzionato questo, proviamo…”), sottoponendo i pazienti a pratiche che oggi lasciano sbalorditi, per quanto erano brutali ed infondate.

Il signore lamenta un dolore al piede? Un bel salasso e via!
E se non funziona, purga!

La scoperta di virus e batteri come causa delle malattie arrivò non prima della fine dell’800, grazie al memorabile lavoro di Robert Koch; Fleming identificò il primo antibiotico solo nel 1928.

In un mondo in cui i pazienti morivano più spesso per i trattamenti che per alcune malattie, Hahneman ritenne di dover dare una svolta al modo in cui questi venivano curati. Ottenne risultati straordinari proprio perché, a differenza degli altri medici, inconsapevolemente non li sottoponeva ad alcuna terapia: nei casi di malanni poco gravi, l’organismo del paziente era (ed è) perfettamente in grado di rimettersi da sé, semplicemente perché la persona entrava nello stato mentale di “stare facendo qualcosa” per il proprio benessere. L’effetto placebo è molto potente, ed Hahnemman lo sfruttava senza saperlo, convinto di stare somministrando ai pazienti dei veri farmaci.

Non era un cretino: la scienza, semplicemente, funziona così. Si imboccano vicoli ciechi, ci si accorge di aver sbagliato strada, si torna indietro, si prende un altro sentiero e ci si porta dietro tutto quanto si è appreso dagli errori precedenti, cercando di non ripeterli.

E intanto c’è la pressione dei supervisori, la frustrazione infinita, l’ansia da pubblicazione… vabbè, ma non stiamo parlando di quello, ok?!?
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La bellissima tavola periodica degli elementi di Mendelev, ad esempio, è la lontana discendente delle tavole di classificazioni alchemiche come questa. E non c’è nulla di cui vergognarsi.

Sebbene Hahnemann abbia fornito importantissimi spunti di studio e riflessione ed abbia gettato le basi per il metodo dei trial clinici dei farmaci, è evidente come oggi tutto il sistema di pensiero alla base dei suoi trattamenti sia obsoleto e superato.

Ma non è per i granuli che molte persone si curano con l’omeopatia. Moltissime di queste, anzi, sanno perfettamente che nei granuli non c’è niente.

L’importanza dell’attenzione alla persona

Non è il mio campo e non porterò dati quantitativi in questo senso, quelle che seguono sono per lo più opinioni personali. Ma credo che la differenza fondamentale stia nel rivolgersi ai medici che hanno ottenuto la qualifica di omeopata. Questi (che restano dei medici a tutti gli effetti, è fondamentale tenerlo a mente) rispetto ai propri colleghi sono spesso molto più rassicuranti verso i pazienti ed attenti alla persona, più che alla malattia in quanto tale. In un ambiente sanitario in cui spesso i professionisti sono sbrigativi e a tratti bruschi, gli omoeopati si presentano come disposti all’ascolto del paziente che hanno di fronte. E per molti ciò arriva come acqua fresca nel deserto.

Disclaimer: è ovvio che si tratta di un gruppo umano, e che come tale al proprio interno include eccellenti professionisti e ciarlatani manipolatori, con tutte le sfumature possibili nel mezzo. È anche evidente come la maggiore disponibilità di ascolto ed attenzione rispetto ai medici “non omeopati” possa semplicemente essere frutto di suggestione o, più probabilmente, di un attento “marketing” da parte degli omeopati. È difficile stabilirlo, si tratta di un fenomeno umano complesso; allo stesso modo, sarebbe folle pensare che non esistano, che so, cardiologi che ascoltano e siano attenti a chi hanno di fronte.

L’impressione però resta quella: chi va dall’omeopata lo fa per essere ascoltato e preso in considerazione più di quanto non lo sarebbe nei cinque minuti concessigli dal medico della mutua. O dall’ortopedico che ti becchi al pronto soccorso, gradevole come una supposta uncinata.

L’ultima considerazione potrebbe essere il frutto di esperienze personali.

Credo ci sia abbondante materiale di riflessione per i nostri medici. Ma ho già invaso abbastanza un campo che non mi compete, quindi mi fermo qui. Non prima però di aggiungere che, al netto di tutto, attaccare schernendo chi si rivolge ai trattamenti omeopatici è inutile, dannoso e, oltre una certa soglia, veramente da sfigati.

Pensateci.

In conclusione

Insomma, sinché si è in forze e si parla di raffreddori e non di tumori, non ci vedo nulla di male nell’assumere dei granuli di zucchero convinti di farsi del bene: la sola “coccola” derivante da quell’atto spesso aiuta molto, nel processo di guarigione spontanea.

Non posso però fare a meno di pensare che quello zucchero può costare 1050 Euro al chilo (nel  2011, oggi forse pure di più), e che quei soldi finiscono nelle tasche di chi suggerisce che quello zucchero possiede proprietà che, in realtà, non ha.

Penso inoltre alla “catena umana“, il concetto che introducevo già parlando del Sarin: per vendere quello zucchero (e quei dannati ma bellissimi flaconcini) vengono utilizzati tonnellate di materiali, molta energia per far funzionare i macchinari, un numero imprecisato di camion che lo trasportano alle farmacie e, soprattutto, una gran quantità di tempo di vita e di lavoro di parecchie persone.

Non cerco dei dati precisi perché voglio restare di buon umore.

Ne vale la pena?


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti.

Nonostante in qualche punto mi sia lasciato andare ad un po’ di sarcasmo, non credo che l’approccio duro e sprezzante verso l’omeopatia serva a far cambiare idea a chicchessia (ma è poi necessario?), né, in tutta franchezza, che aiuti ad apparire particolarmente fighi.
Detto questo, linko un articolo di Medbunker sul tema: Salvo di Grazia è invece piuttosto duro al riguardo, però qui illustra bene perché granuli e globuli non possono proprio funzionare.

Di mio, ribatto ancora sul punto che lo scherno rivolto alle persone è, invece, sgradevole e inutile. Dialoghi e letture di quel tenore mi hanno veramente scocciato.

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Le miracolose proprietà del corno di rinoceronte

Thandi
Thandi è sopravvissuta ad un attacco dei bracconieri. Quasi nessuno dei suoi simili è così fortunato. (Foto: Grahamstown)

Questo primo quarto del 2017 verrà ricordato per alcune azioni di bracconaggio di una violenza spaventosa.

Tutto inizia la notte fra il 20 e il 21 febbraio. Alcuni bracconieri assaltano l’orfanotrofio per rinoceronti Thula Thula a KwalaZulu Natal, Sud Africa: riescono a sopraffare la guardia armata, sparano ad un giovane rinoceronte orfano, gli segano via il corno; poi strappano anche quello di un altro piccolo, lasciandolo con ferite così orrende che dovrà essere soppresso. Quindi aggrediscono e rapinano lo staff.

Un paio di settimane dopo, parco zoologico di Thoiry, circa 50 chilometri ad ovest di Parigi, Francia: i bracconieri si introducono nottetempo nel parco, uccidono il rinoceronte Vince e riescono a portarsi via uno dei suoi corni. È il primo caso mai registrato di bracconaggio di un rinoceronte in uno zoo, nel cuore dell’Europa.

Un massacro alimentato dalla leggenda

Questi due casi, abbastanza scioccanti, esemplificano bene il livello di frenesia in cui da qualche anno a questa parte è entrata la caccia di frodo ai danni dei rinoceronti. Fino al 2007, in Sud Africa venivano uccisi più o meno 13 rinoceronti all’anno (e vabbè); ma dal 2008 a fine 2016, i bracconieri hanno ucciso 7115 rinoceronti sul territorio sudafricano. Nel 2013 i rinoceronti sono stati dichiarati (di nuovo) estinti in Mozambico, ed un paio di anni prima la stessa sorte è toccata ai rinoceronti di Giava del Vietnam.

Che cavolo è successo?

“Eh, li venderanno ai cinesi che…”
E invece no. E’ vero che il corno di rinoceronte (o “Xi Jiao”) è uno dei rimedi della farmacopea tradizionale cinese, ma dal 1997 questo è stato ufficialmente sostituito nelle preparazioni, e la Cina ne ha vietato il commercio. E da allora la domanda è crollata.

Il grosso della domanda proviene dal Vietnam.

Intorno al 2005-2006, in Vietnam ha cominciato a spargersi la voce che un non meglio precisato politico sia guarito dal cancro grazie al corno di rinoceronte. Da allora questa voce si è sparsa in maniera incontrollata, probabilmente illudendo molti vietnamiti disperati. Curiosamente, nella medicina tradizionale cinese lo Xi Jiao non serve affatto a far guarire dal cancro (pag.23), ma è indicato per molti altri usi, tra cui soprattutto per il trattamento della febbre e per la sua azione detossificante.

Più che a peso d’oro

Da questo al “lo bevo per farmi passare la sbornia” il passo è breve. Specie in un Paese in cui

Grinder
Il corno viene tritato in queste ciotole dal fondo ruvido, poi vi si aggiunge semplicemente un po’ d’acqua e la sospensione che ne esce fuori viene bevuta. Trovo che il dettaglio del rinoceronte dipinto sul bordo ingentilisca il tutto. (Foto: PRI)

il numero dei multimilionari è più che raddoppiato dal 2008 al 2013: il corno di rinoceronte polverizzato è diventato di moda, nelle serate dei ricchi vietnamiti. Di più: è ormai uno status symbol e viene utilizzato come dono per ingraziarsi soci d’affari o funzionari pubblici.
“Beh, certo, e poi lo usano quelli a cui non tira il…”
NO! Questo è interessante: il Compendio di materia medica di Li Shizhen, il testo fondante della medicina tradizionale cinese, non prevede affatto che il corno di rinoceronte venga usato a scopi afrodisiaci. E’ una leggenda che ha iniziato a circolare negli anni’80, proprio nel mondo occidentale.
Solo che recentemente i vietnamiti hanno finito col credere alle nostre dicerie… e adesso si è aggiunto pure l’uso afrodisiaco, ai motivi per cui in Vietnam la richiesta di corno di rinoceronte è schizzata alle stelle – e con essa, il rischio che di questi animali rimanga solo il ricordo.

Bravi tutti.

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Tutto questo ha fatto salire alle stelle il prezzo del corno di rinoceronte. I bracconieri possono venderlo per migliaia di dollari al chilo ai trafficanti, che poi lo rivenderanno sul mercato nero asiatico con guadagni stratosferici: il prezzo finale può arrivare a 100.000 dollari al chilo e un singolo corno pesa in media 13 kg.

Mentre scrivo, l’oro costa poco meno di 40.000 dollari al chilo.

La specie umana non smette mai di stupirmi.

La chimica del corno di rinoceronte

Ora.

Abbiamo detto che un corno di rinoceronte vale una quantità incredibile di denaro perché fa figo (e ok) e perché si dice che possa curare, fra l’altro:

– sbornia
– febbre
– cancro

Da un punto di vista chimico, un corno di rinoceronte è costituito principalmente da:

  • calcio
  • melanina

e soprattutto

  • cheratina

Con ordine.
Il calcio fa bene alle ossa, e ok.  Ma non cura il cancro, né la sbornia, né fa passare la febbre.

Di sicuro non rende fighi, tra l’altro.

La melanina è un pigmento, cioè una sostanza colorata… esatto, quella che rende pelle e capelli colorati. L’aumento di melanina è anche la causa dell’abbronzatura. Comunque, la melanina non guarisce il cancro, anzi ironicamente in certe circostanze può addirittura provocarlo.

Resta la cheratina. Questa è una proteina; e le proteine sono sostanze fantastiche, eh! Gigantesche molecole prodotte dagli organismi che possono fare… beh, un po’ di tutto. Nella maggior parte dei casi agiscono da microscopiche “macchine”, che rendono possibili delle reazioni chimiche, sintetizzando nuove molecole più piccole, oppure dividendole, o ancora cambiando loro forma.
Alcune proteine, però, hanno un ruolo che si dice “strutturale”: semplicemente, “costruiscono” l’organismo – il collagene ne è l’esempio perfetto.

Bene, la cheratina è una proteina strutturale. Avrete probabilmente già sentito dire che è la stessa di cui sono fatti i peli e le unghie… e in effetti è proprio così.

Sembrerebbe, insomma, che ingerire del corno di rinoceronte sia più o meno come mangiarsi le unghie.

Yum
Hmmmmm… puoi proprio sentire quel sapore a metà fra le ossa e le unghie. (Fotogramma da Lloyd-Roberts, Bloody rhino horn trade in Vietnam, 2014)

Ma, ehi, aspetta, potrebbe non essere così. Potrebbero esserci delle altre sostanze, magari non individuate sinora, che guariscono e detossificano. Magari stiamo sottovalutando, che so, la melanina… bisognerebbe fare degli studi. E gli studi sono stati fatti. E sapete che c’è?

Alla prova dei fatti, il corno di rinoceronte funziona. 

I miracoli del corno di rinoceronte

Esatto. Uno studio cinese del 1990 ha scoperto che, iniettando una sospensione di corno di rinoceronte nel peritoneo di alcuni ratti, questo abbassava loro la febbre.
Una quantità enorme di corno. Che faceva effetto dopo quattro ore, per poi fare tornare la temperatura a livelli normali. Lo stesso effetto era ottenuto con altri tre tipi di corna, peraltro.
E, gente, stiamo parlando di iniettarsi questa roba in pancia.

Ah già, gli effetti ottenuti si possono benissimo ottenere con metodi molto più semplici ed economici (e meno sgradevoli, direi).

Erhm… è tutto, temo. Non molto, mi sa. E il cancro? Nope. Niente.
Tutto quello che abbiamo è uno studio di dimensioni mostruose apparso sul Journal of Anatomy che ci dice che l’unico tipo di cheratina che abbia circapiùomenoquasi a che fare col cancro è la cheratina K23.
Che non si trova nel corno del rinoceronte, ma nelle cellule del pancreas umano. E comunque ogni proteina ingerita viene scomposta in aminoacidi, i “mattoni” che la costituiscono, e smette di funzionare.

Non vi offendo andando avanti con la storia dell’antisbornia: in breve, no. Nope. Niente.

Penso di potervi convincere anche senza ricorrere alla chimica: se il corno del rinoceronte funzionasse davvero, state pur certi che le multinazionali del farmaco starebbero già allevando i rinoceronti a migliaia ed io non starei certo scrivendo del rischio che si estinguano.

Peccato, perché sarebbe fantastico. Anche perché il corno del rinoceronte, se viene tagliato a dovere, ricresce. Ma i bracconieri uccidono gli animali anche perché, col ridursi del loro numero, anche i corni diventano sempre più rari, dunque il loro prezzo si alza.

Speculano sull’estinzione di una specie.

white rhino badass guards
Io, comunque, a questi non andrei a rompere le scatole.

L’altra faccia della medaglia

Una volta analizzatala per intero, la storia appare surreale: da un lato ci sono degli asiatici che pagano cifre folli per dei pezzi di corno senza alcuna proprietà medicamentosa. All’altro capo della catena, dei cacciatori di frodo che sterminano volutamente uno degli ultimi grandi mammiferi rimasti sulla faccia della Terra per guadagnare cifre notevoli. E in mezzo dei trafficanti senza scrupoli, che truffano migliaia di persone lucrando somme gigantesche sull’estinzione di queste creature.

Sono state proposte diverse soluzioni, dalla controversa legalizzazione del commercio, che dovrebbe portare ad un maggiore controllo sul numero degli abbattimenti, allo sviluppo di corni artificiali del tutto simili a quelli naturali, in modo da inondare il mercato per far crollare i prezzi e scoraggiare la caccia di frodo. Al momento, però, tre delle cinque specie di rinoceronte sono sull’orlo dell’estinzione.

E tutto per un inutile cumulo di peli induriti.

La verità, però, è sempre sfaccettata: negli ultimi anni, in Vietnam si sta assistendo ad un aumento spaventoso del numero di diagnosi di cancro, con circa 125000 nuovi casi e 95000 morti all’anno. E tutto questo in un Paese che, nonostante sforzi ammirevoli, non è ancora attrezzato ad affrontare l’emergenza con i mezzi davvero efficaci: il Viet Nam National cancer hospital tratta circa 5000 pazienti al giorno, ma dispone di due sole macchine per la radioterapia, che funzionano 18 ore al giorno.

Quel che è peggio, è che il 70% circa delle diagnosi è di tumori al terzo o al quarto stadio. A quel punto, i medici vietnamiti possono tentare solo cure palliative. E’ comprensibile che per queste persone la morte di un animale lontano valga bene una flebile speranza.

Una speranza, purtroppo, che conduce solo ad una inutile tragedia.


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti e se avete domande, curiosità, critiche o commenti vari da fare non esitate, qui o tramite la pagina di Contatto! 

Visto che avete letto fino alla fine questo articolo così deprimente, avete vinto il video di un cucciolo di rinoceronte che vede la neve per la prima volta.

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C’è una quantità sterminata di fonti al riguardo. Oltre a quelle già indicate lungo l’articolo segnalo altri due splendidi articoli, uno del Time ed uno dell’Atlantic.

Indico quindi un video ad opera di Trace Dominguez di Seeker che mi è stato di enorme aiuto nel rintracciare le fonti medico-chimiche. C’è poi un bellissimo reportage di Sue Lloyd-Roberts della BBC News sullo spaccio dei corni di rinoceronte in Vietnam.

In italiano c’è un video de Le Iene incentrato sul bracconaggio in Namibia, girato assieme all’associazione italiana AIEA. Inoltre è apparso su Query Online un articolo molto più serio di questo, a firma di Sofia Lincos.