Il demone e la scimmia

La scimmia cercava lungo la strada, quando all’improvviso le si materializzò di fronte il demone.

Questo era una figura il cui simile la scimmia non aveva mai visto sino a quel momento: in qualche modo le assomigliava, ma allo stesso tempo non era come nulla che avesse mai visto. La sua pelle, o meglio la sua superficie, era liscia, lucida e dura; un po’ come i gusci duri degli insetti, certo, ma anche profondamente altro.

Non era né maschio né femmina, eppure era entrambi allo stesso tempo; la scimmia lo trovava attraente e repellente allo stesso tempo, seduttivo eppure intrinsecamente portatore dentro di sé di qualcosa di profondamente sbagliato. Avrebbe voluto essere in grado di capire meglio quell’essere, di definirlo meglio; ma in fondo, non era che una scimmia.

La scimmia era spaventata dal demone, ma meno di quanto forse avrebbe dovuto essere. Ogni sensazione, ogni singolo pensiero o emozione che il demone le suscitava era pervaso di ambiguità, conteneva dentro di sé il proprio opposto e non si faceva alcun problema a palesarlo apertamente. Sembrava prendersi gioco di ogni legge della natura, ma era anche portatore di una enorme potenzialità , che null’altro al mondo poteva avere. La scimmia lo sentiva e, certamente per questo, non fuggì terrorizzata dal demone ma, anzi, non appena il demone le si rivolse, si ritrovò ad ascoltarlo avidamente (la scimmia era molto curiosa).

IMG_20190628_190307“Scimmia, vengo per portarti un dono; ti vedo sorpresa, eppure so che mi cercavi. Per quarantamila anni non hai fatto che cercare freneticamente me: ciò che io ti porto, ciò che io sono.”

La scimmia era ammutolita. Il demone allungò un braccio e chiuse la mano a pugno, ma senza stringere, come a voler tenere un bastoncino in orizzontale davanti a sé. Qualcosa cominciò a prendere forma nella mano del demone, anzi sembrava scorrere dalla mano:  prima una forma ad arco verso il basso e poi, collegata a questa ma indipendente, apparve… sì, era un secchio. Ma era un secchio completamente diverso da quelli cui la scimmia era abituata: non era di metallo, ma sembrava fatto della stessa materia di cui era fatto il demone – in effetti proveniva da questo, l’ipotesi era ragionevole. Il secchio era di un bel blu lucido e, come il corpo del demone, dava l’impressione di essere duro; ma dava anche quella di essere un oggetto incredibilmente leggero, ed era pieno di granuli bianchi.

Adesso la scimmia era un po’ spaventata.

Ma restava terribilmente curiosa.

“Ecco il mio dono. È una materia come non ne hai mai avute a disposizione: potrai plasmarla in qualsiasi forma tu voglia e di essa ci sono moltissime varietà, così tante che ne troverai con ogni proprietà che ti serva. Ma in tutti i casi, sarà molto più leggera dell’acciaio, sarà impossibile che arrugginisca e un oggetto fatto con essa non si romperà, se dovesse cadere. Potrai plasmarla scaldandola e soffiandola, proprio come il vetro, ma ti basteranno temperature molto inferiori per farlo; e proprio come il vetro, essa potrà anche essere trasparente, rimanendo però infrangibile.

E ti dirò di più: è praticamente eterna.”

La scimmia era stupefatta.

“Demone, tu mi fai un dono incredibile. Ma io conosco la tua stirpe, e so che non fate nulla per nulla: cosa vuoi in cambio?”

“…oh, non preoccuparti. Ti farò sapere.”

La scimmia allungò la mano e prese il secchio senza pensare.

Il dono del demone

La scimmia fu sedotta quasi immediatamente dal dono del demone.

E comprese in fretta che, per quanto sgradevole, il dono era assolutamente meraviglioso. IMG_20190624_180636Si trattava della materia più incredibile che potesse immaginare: bastava uno stampo e la scimmia poteva farle acquisire e conservare letteralmente qualsiasi forma; non solo, ma bastava aggiungere un pizzico di questo o un pizzico di quello e questo materiale fantastico acquisiva tantissime proprietà differenti.

Soprattutto, era bellissimo. All’improvviso, un multiverso di funzioni e di forme prima solo sognate le si spalancò innanzi. Bastava fare uno stampo (molto più semplicemente che per i metalli, tra l’altro), scaldare un po’ dei magici granelli, colare nello stampo il materiale fuso ed ecco fatto. Qualsiasi cosa poteva essere ottenuta. Ed in quantità enormi.

Meravigliata, la scimmia diede un nome a questo dono, una parola che assomigliava al dono del demone: aveva un suono sgradevole a pronunciarsi, ma allo stesso tempo affondava lunghe radici nella storia di quel mondo, mondo cui si trovava pur senza appartenervi del tutto. Questo nome descriveva perfettamente come il dono del demone fosse in grado di essere  plasmato perfettamente e senza fatica in una forma a scelta del suo padrone; di come questa materia dei miracoli fosse plastica.

IMG_20190622_110413La vita sulla Terra conosceva già da molto tempo delle molecole simili alle plastiche: tutti i viventi si basavano da sempre su delle sofisticate nanomacchine che, sfruttando la poca energia data dal calore circostante, potevano dare il via a delle reazioni chimiche altrimenti impossibili. Queste nanomacchine, dette enzimi, erano formate da delle catene di centinaia di piccole molecole, gli amminoacidi, che unendosi davano vita a delle nuove molecole, formate da catene di centinaia di aminoacidi, dalle proprietà completamente diverse rispetto a quelle delle molecoline di partenza: gli enzimi, appunto.

Di più, le piante avevano trovato il modo di utilizzare alcune delle loro nanomacchine, per unire fra loro non aminoacidi, ma migliaia di piccole molecole di glucosio, formando una gigantesca molecola dalle proprietà strutturali eccezionali, che non si ripiegava ma dava vita a dei bei filamenti lineari, sui quali basarsi per poter costruire dei fusti molto alti e resistenti: si trattava della cellulosa.

IMG_20190628_190326Siccome gli organismi, sino a quel momento, avevano avuto moltissimo tempo per incontrare e studiare tutte queste enormi molecole, chiamate collettivamente polimeri proprio perché formate da molte piccole molecole unite fra loro, avevano anche avuto occasione di sviluppare alcuni enzimi dedicati specificamente a fare a pezzi i polimeri, smontandoli nelle molecole di origine: questo era particolarmente utile, perché tutti i “mattoni” dei polimeri erano riutilizzabili in qualche modo.

Il dono del demone mimava questo meccanismo, ma utilizzava dei mattoni diversi rispetto a quelli cui i viventi erano abituati. Si trattava di piccole molecole antiche, piuttosto rare e difficili da ottenere sulla superficie, ma che si potevano estrarre in grande quantità e con relativamente poco sforzo dalle viscere della Terra: manufatti diabolici necessitano di risorse provenienti dalle profondità infernali, ovviamente.

Quando entrarono in contatto con il dono del demone, i viventi si trovarono perciò di fronte a qualcosa con cui non sapevano come comportarsi. I loro enzimi, diventati estremamente efficienti nel demolire i polimeri nel corso del tempo, non sapevano come comportarsi di fronte

a queste molecole: entravano sì in contatto con loro, le accomodavano nei propri siti attivi, ma poi… non trovavano niente di ciò che si aspettavano. Un gruppo estereo da attaccare, un atomo un po’ carico da sfruttare per far partire un mutamento conformazionale che avrebbe scatenato la catalisi… nulla. Le plastiche stavano lì, facendosi beffe degli enzimi dei viventi proprio mentre stavano sotto i loro denti, diventati improvvisamente inutili di fronte all’inattaccabile monotonia del poliestere o del polipropilene.

Le plastiche potevano essere eliminate solo nei modi tradizionali per la distruzione degli IMG_20190626_202149_sfocartefatti infernali: tramite il fuoco, o tramite esposizione prolungata alla luce del sole. Ma ben presto la scimmia dovette realizzare che anche queste soluzioni erano perlopiù illusorie: a meno che la combustione non fosse condotta in condizioni estremamente controllate, le fiamme eliminavano sì le plastiche, ma il processo dava origine a composti aromatici estremamente tossici per ogni forma di vita o quasi. Il potere della luce del sole, invece, era tale da riuscire a spezzare e ossidare le molecole dell’entità demoniaca, rendendo efficaci gli enzimi dei viventi nell’annientarla una volta per tutte. Ma la luce del sole aveva un importante problema: era terribilmente lenta nello svolgere questo processo, e nemmeno il suo potere bastava a tenere a bada la quantità smodata di plastiche che la scimmia, in un tempo brevissimo, aveva fatto comparire sulla Terra.

La mente della scimmia

La scimmia cominciò a considerare il problema quando scoprì che la plastica aveva un potere infernale: non si poteva realmente distruggere per via meccanica, ma solo scindere in pezzi più piccoli, così piccoli che potevano persino diventare invisibili, sino a scomparire alla vista ma senza perdere la propria natura. Erano così piccoli, e la plastica prodotta in quantità così copiose, che cominciò a capire che il dono del demone era entrato anche letteralmente dentro di lei, in forma di pezzi piccolissimi, ma pur sempre dotati di tutte le loro proprietà. Il dono era lì per restare, e lei ne era stata corrotta. Prima all’esterno, producendo con le plastiche non solo oggetti che altrimenti non sarebbero stati possibili e che le avevano permesso evoluzioni stupefacenti in campi come l’ingegneria avanzata, la ricerca biomedica e infiniti altri, ma anche milioni di oggetti di consumo dalla vita utile brevissima, ma che non avrebbero cessato di esistere per secoli. I mari, le terre, il pianeta ne era pieno. E poi all’interno, perché quella quantità immensa di materiale demoniaco si stava scindendo in pezzetti infinitamente minuscoli, pervadendo ogni angolo animato ed inanimato del globo, inclusa la scimmia stessa.

Pensò di riparare al danno, ma ormai era troppo tardi: il dono del demone l’aveva 6g2pbhv8k1tscompletamente assuefatta, e nulla poteva farla tornare indietro. La sua mente si era evoluta rispondendo a stimoli appartenenti ad un mondo in cui la scimmia doveva riprodursi e sopravvivere e null’altro, non ad uno che avrebbe dovuto preservare, anzi; e questa mente non poteva rinunciare al salto epocale di qualità della vita che la scimmia aveva avuto grazie al dono del demone. Evolutosi per reagire a pericoli immediati e visibili come una tigre o un incendio, il cervello della scimmia non riusciva facilmente a trarre conclusioni complesse, quindi a registrare quel materiale liscio, colorato come una minaccia: per esso, ciò che contava è il qui ed ora, non il frutto ipotetico di sue elaborazioni. La considerazione che il bicchiere del caffè bevuto in qualche minuto le sarebbe sopravvissuto di diversi secoli appariva fumosa e distante, il caffè profumato e invitante. La consapevolezza che per produrre quegli oggetti lisci e lucidi stava trasferendo quantità immense di carbonio dal sottosuolo alla superficie, e poi da lì all’atmosfera creando problemi catastrofici, era oscura e incerta; gli oggetti, invece, tangibili e piacevoli.

Intanto, la produzione di plastiche continuava ad aumentare.

Lo sguardo dell’alieno

Non lo so, scimmie; per me il problema non sta nel manufatto infernale che vi ritrovate a maneggiare, ma in quello che avete in testa. E’ evidente che fate molta fatica ad identificare i i pericoli privi di zanne o artigli affilati, il che non è sorprendente, dato che le vostre capacità interneuronali sono sorte in un mondo in cui era molto più facile tumblr_lw0tmrnM8M1qhslato1_640morire dilaniati piuttosto che intossicati, o in una catastrofe climatica che avete causato collettivamente. Peggio di tutto, siete estremamente scettici verso le vostre stesse conclusioni, e sinché non potete percepire le conseguenze di quei pericoli come fareste con degli artigli o delle zanne, semplicemente non fate nulla per evitarli.

Non potete farci niente, siete fatti così.

Col dono del demone non siete diversi: piuttosto che buttare via dei broccoli che mangerete fra due giorni, li avvolgete in un oggetto che potrebbe durare un millennio. E intanto fate spallucce di fronte al fatto che il mondo intorno a voi viene lentamente ma letteralmente modificato da questo, abbruttito oltre la possibilità di recupero, le altre specie decimate, la vostra intossicata.

Non voglio mentirvi, né spacciarvi soluzioni semplici: a differenza della progenie infernale, io non voglio donarvi nulla al di fuori di voi, ma qualcosa al di dentro.

Voglio che alziate lo sguardo dalle mie parole e che vi soffermiate su uno degli svariati oggetti di plastica che sicuramente avete intorno e che iniziate a vederlo per quello che è: un manufatto pieno di una potenza inespressa, progettato per servirvi al massimo qualche anno, ma che difficilmente morirà mai del tutto prima che la vostra civiltà abbia termine. Ha il volto rassicurante di una penna, di un pupazzetto di qualche promozione o di un oggetto da cucina, ma in realtà è un manufatto pieno di una vitalità inarrestabile.

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Ecco, guardate agli oggetti di plastica in questo modo in tutti i momenti, mentre siete al lavoro, per strada, in casa. Pensate che settant’anni fa nessuno di questi esisteva, e la vostra specie prosperava ugualmente.

Se questo comincerà a generarvi un senso di angoscia e di oppressione, allora potrò darvi il benvenuto nel mio mondo. E a parlarvi di come, nonostante tutto, credo sia ancora possibile portare a termine il compito immane che la mia specie insegue da moltissimo tempo: distruggere il demone (continua).


Ben ritrovate, scimmie! La tematica è immensa, tanto che ho deciso di dividere il mio discorso sulle plastiche in due parti – questa è quella catastrofica e in cui mi diverto a raccontare, la prossima sarà meno narrativa e un po’ più speranzosa. Ma non troppo: credo che la divulgazione debba sì non generare allarmismo gratuito, ma Greta Thunberg ha ragione, se casa tua sta bruciando la cosa giusta da fare è andare nel panico e correre a prendere dei secchi, non cercare chi ti dica “nessun problema, va tutto bene”. 

La tematica è ovviamente immensa e multisfaccettata: per questo suggerisco  due approfondimenti divulgativi apparentemente poco attinenti. Il primo è il classico Il mondo senza di noi di Alan Weisman, che a mio parere aiuta a rimettere le cose in prospettiva. E a proposito di mettere le cose in prospettiva, il secondo è La scimmia nuda di Desmond Morris, ovvia ispirazione per il tema del post e, comunque, testo fondamentale per chiunque, a mio modesto parere. Poca chimica a ‘sto giro, insomma, ma vedrete che il focus tornerà presto da quelle parti.

A presto con la seconda puntata!

Di glifosato, cancro e sentenze giuridiche

San Francisco, venerdì 10 agosto. L’ex giardiniere quarantaseienne Dewayne Johnson

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che, purtroppo per lui, non è Dwayne Johnson

raccoglie in tribunale una vittoria storica: la giuria stabilisce che Bayer, il produttore dell’erbicida Roundup, è responsabile del cancro da cui l’uomo è affetto e condanna la multinazionale del farmaco a pagargli un risarcimento di 289 milioni di dollari. Bayer farà certamente ricorso, ma intanto si stima che sulla scia di questa sconfitta altre quattromila cause più o meno identiche siano pronte a partire.

Con ordine

Il Roundup è l’erbicida a base di glifosato, una molecola famosa per le controversie sulla sua supposta cancerogenicità.

Quando le agenzie hanno ribattuto la notizia della sentenza, è bastato qualche nanosecondo perché comparissero sui social (ma anche sui giornali – che mi guardo bene dal linkare) i proclami del tipo “il tribunale ha stabilito definitivamente che il glifosato è cancerogeno!!!11!!UNO!”, subito seguiti da quelli (scritti dai più studiati, ché sono cose di scienza) che lamentavano di come “una giuria scelta a caso ha deciso una verità scientifica per alzata di mano, è uno scandalo”.

Andiamo con calma, allora.

Monsanto/Bayer

Comincio con un chiarimento: parlo di “Bayer” e non di “Monsanto” perché l’azienda dell’agrobiotech è stata recentemente oggetto di un’acquisizione da parte dello storico leviatano tedesco della farmaceutica; l’anno scorso, l’Unione Europea fermò l’acquisizione, perché l’antitrust europeo aveva giusto giusto un paio di perplessità circa i problemi che dare vita alla “più grande società integrata del mondo di pesticidi e sementi” avrebbe creato… ma niente di che, perché all’inizio di questa primavera le resistenze sono venute meno e poco dopo è stato annunciato che il marchio Monsanto avrebbe smesso di esistere.
Siccome la sentenza di cui parliamo è del 10 agosto 2018 mentre la fusione si è conclusa il 7 giugno dello stesso anno, farò riferimento a “Bayer”, sebbene tutte le fonti parlino di “Monsanto”.

In questa storia, quindi, il “Golia” di turno è davvero perfetto per interpretare il ruolo della multinazionale del male degna di una distopia cyberpunk: diavolo, parliamo di una mostruosità barocca che faceva un netto di più di sette miliardi di euro PRIMA dell’acquisizione!

E che solo nel 2017 ha speso quattro miliardi e mezzo di euro in ricerca e sviluppo. Tre anni prima, l’Italia ne ha spesi poco meno di 6.7, però per tutta l’università.

Eh ma che bastarde, ‘ste Big Pharma.

Giusto per curiosità, fà vedere che posizioni aperte hanno, nel settore R&D…

Il glifosato

Come dicevo, il glifosato è il principio attivo del diserbante Roundup, l’erbicida più usato al mondo della storia umana, e di gran lunga.

Glyphosate-3D-balls
Per gli amici, N-(fosfonometil)glicina

Il Roundup è in commercio dal 1974; oltre al glifosato, contiene agenti che ne facilitano la penetrazione all’interno della pianta e l’adesione alla superificie fogliare. Il suo grande successo commerciale è dovuto al fatto che il glifosato è un eccellente erbicida aspecifico, nel senso che ammazza tutte le erbe con cui entra in contatto (o quasi, perché delle erbe resistenti le sviluppa anche lui) e ha due importanti vantaggi:

– agisce quando viene spruzzato sulle foglie
– uccide anche le radici ed eventuali fusti sotterranei (rizomi) delle piante

Poche altre sostanze sono controverse quanto il glifosato. Come spesso accade con i pesticidi di largo uso, le preoccupazioni si incentrano sul fatto che è facile che dei residui di erbicida siano ancora presenti sui cibi (e in effetti un report commissionato da Food Democracy Now! e The Detox Project ce li ha trovati) e che, una volta ingeriti, possano essere tossici o cancerogeni. Inoltre, l’introduzione delle sementi “Roundup Ready”, ossia di sementi geneticamente modificate per resistere al Roundup (sementi ovviamente brevettate da Monsanto), ha generato ondate di ostilità verso la multinazionale di rara portata.

Fare una panoramica completa sulle controversie cui il glifosato è andato incontro (e limitandosi a quelle tossicologiche) sarebbe materiale per una vera review

, che comunque chiunque troverebbe insopportabilmente noiosa

: qui mi limito a dire che già nel 2015 il glifosato fu il protagonista di una sorprendente controversia su scala internazionale, perché l’Iarc, l’agenzia dell’Oms per la ricerca sul cancro, pubblicò un parere in cui lo giudicò “probabilmente cancerogeno”. La sorpresa era dovuta al fatto che questa conclusione andava dalla parte opposta rispetto ad un parere dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, e ad uno dell’Echa, quella per le sostanze chimiche; il parere dell’Efsa, tra l’altro, fu poi oggetto di una contestazione da parte di una novantina di scienziati, ma l’agenzia rispose pubblicamente rimanendo sulle proprie posizioni e difendendo la bontà dei metodi adottati. Due anni dopo sostenne anche che non ci sono prove né preoccupazioni che il glifosato alteri i meccanismi ormonali.

Ma aspetta, c’è un altro colpo di scena: un’inchiesta della Reuters fece emergere che lo Iarc, nel passare dalle bozze alla versione definitiva del proprio report, ne aveva fondamentalmente ribaltato le conclusioni, passando dall’escludere il ruolo del glifosato come cancerogeno renale per i topi al supporre che la responsabilità fosse proprio dell’erbicida. Lo Iarc non ha mai replicato.

Come che sia, l’anno scorso l’EU approvò l’uso del glifosato per altri cinque anni. Nel frattempo, nessuna prova che il diserbante sia cancerogeno è stata trovata, neppure fra i lavoratori agricoli (ad eccezione di una possibile correlazione col mieloma multiplo, comunque incerta). In alcune situazioni in cui gli agricoltori non usano i dispositivi di protezione e bevono acqua contaminata, il glifosato sembra avere un ruolo nel determinare una patologia renale cronica… ma in effetti non è molto sorprendente che se usi pochi vestiti e non ti proteggi mentre spruzzi diserbanti e bevi acqua contaminata tutti i giorni, poi starai male.

Insomma, trarre conclusioni è davvero difficile. Per esempio, uno studio brasiliano ha concluso che il glifosato causa problemi respiratori importanti ai girini della rana toro americana, ma questo non significa assolutamente nulla relativamente all’esposizione ed ingestione da parte degli esseri umani (però significa anche che le problematiche ecologiche legate ai pesticidi restano tutt’altro che trascurabili).

Il caso Johnson

E veniamo finalmente al caso di cronaca di questi giorni: Dewayne Johnson ha lavorato come giardiniere dal 2012, ed era addetto a spruzzare il Roundup, a volte anche per ore di seguito. Due anni dopo gli venne diagnosticato un linfoma non Hodgkin, che oggi è in stadio terminale e gli causa forti dolori.  Mentre scrivo, a Johnson restano probabilmente pochi mesi di vita, il che è un pensiero davvero molto doloroso. Per lui e la famiglia mi dispiace moltissimo, so cosa voglia dire vedere una persona non ancora cinquantenne dover morire a causa del cancro e, per quello che può valere, hanno i miei completi rispetto e solidarietà.

Ciò che ha convinto la giuria (popolare, lo ricordo) a giudicare Bayer colpevole di aver messo Johnson in pericolo è stata la lettura di alcuni documenti interni dell’allora Monsanto: mail interne in cui responsabili di prodotto si chiedono “come combattere” la diffusione di studi che mostrano una possibile correlazione fra l’esposizione al Roundup e l’insorgenza… proprio del linfoma non Hodgkin, prove che esperti che lavoravano per Monsanto decenni fa e che sono stati sostituiti dopo aver espresso preoccupazioni circa la sicurezza del Roundup e così via.

La giuria, dunque, è stata convinta dalla difesa di Johnson che Bayer fosse nelle condizioni di sapere che il Roundup era pericoloso. E che sia in qualche modo responsabile della malattia nonché della futura morte dell’uomo.

Troppi “che”, ma è ferragosto e non so come uscirne. Abbiate pazienza.

In conclusione

Ancora una volta, in conclusione… nulla. Decenni di studi scientifici non hanno trovato una prova definitiva circa la tossicità o la cancerogenicità del Roundup, non c’è molto da aggiungere.

Diverso è giudicare la sentenza,

se proprio uno ritiene necessario farlo, ecco

perché occorre tenere presente che i giurati hanno assistito in aula ad accuse rivolte a Bayer di essere “andati contro la scienza

occielo

, hanno letto email estrapolate dal contesto e sono stati sottoposti ad articoli scientifici accuratamente selezionati dall’accusa… non è che si siano messi a fare una revisione della letteratura per poi uscire dalla sala consiliare gridando “Eureka! Il glifosato è cancerogeno!“.
No, l’idea è piuttosto che siano stati impressionati dagli elementi portati alla loro attenzione. Comprensibilmente, tra l’altro.

Non significa nemmeno che Bayer sia certamente innocente eh, né che il Roundup sia così sicuro che si potrebbe usare come base per alcuni cocktail; voglio solo dire che una scorsa della letteratura scientifica esistente sul glifosato, anche molto sommaria,

non che la mia lo sia stata, sia chiaro, anzi è stata incredibilmente accurata ed approfondita; sarà stata anche di, non so, un’ora, un’ora e mezza…

permette rapidamente di trovare tutto ed il contrario di tutto. Di sicuro l’uso dei pesticidi (erbicidi ed anticrittogamici… roba che ammazza le piante infestanti e gli insetti, dai) è un tema complesso

oh, io lo so che mi ripeto, ma alla fine l’unico messaggio che vorrei veramente passasse è quello

, che non può essere affrontato partendo con l’idea di “convincere” qualcuno della bontà della propria posizione.

Non è il mio campo e mi fermo qui. Di sicuro però dare giudizi sommari e sbilanciati (“pesticidi e ogm sono fantastici, i salvatori dell’umanità” “no, sono il male, viva il bio e il resto è Satana”) non è mai una grande idea, parlando di temi del genere.

Uh, e neanche dire “hanno deciso la verità scientifica per alzata di mano” o “ecco, è la prova che il glifosato è cancerogeno!” lo è.

Ma spero si capisse.


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Lo strano caso di Rosignano Solvay

Una storia estiva

Qualche tempo fa una mia amica mi ha detto che le avrebbe fatto piacere conoscere il mio parere circa un luogo molto particolare, e che approfondire la questione avrebbe potuto portare ad un perfetto articolo estivo di Chimica Militante.

Sea Creatures Come Out For Coney Island's Mermaid Parade
Finalmente, non aspettavo altro. (Mario Tama/Getty)

In effetti aveva ragione: il posto in questione sono le famigerate Spiagge Bianche di Rosignano Marittimo, a pochi chilometri da Cecina, Livorno (linko la pagina di Wikipedia al riguardo, però fate attenzione perché fa affermazioni pesanti sostenute da fonti che non sono il massimo).

Lo scenario è affascinante: i bagnanti stanno stesi al sole su una sabbia bianca che manco ai Caraibi, oppure si immergono nell’acqua turchese. Sullo sfondo, le torri di raffreddamento della sodiera Solvay (che poi in realtà non fa solo composti a base di sodio, ma quando mai ti capita di scrivere di nuovo “sodiera”?) si stagliano contro il cielo, incombendo in una maniera che definire “inquietante” è un gentile eufemismo.

E tutti sanno che il biancore delle sabbie ed il colore turchese delle acque non hanno nulla di naturale, ma sono causati dai residui di produzione della Solvay.

Spiaggia
Creepy as fuck (CDCA).

Affascinante, eh? Ma non è finita qui: Rosignano Solvay è Bandiera Blu da vent’anni.

Icecube

Ora.

Siccome amo la natura, ho trovato la storia davvero intrigante e non ho resistito a lungo all’andare alla ricerca di una risposta alla domanda “Ma scusa, facendo il bagno lì non si rischia la vita?”.

Erhm… che dirti, Vale… secondo me un po’ sì.

I Caraibi chimici

Ecco, l’ho fatto: ho usato l’aggettivo “chimico” con valenza di “artificiale, insalubre, nocivo”.

Mi ero ripromesso di non farlo, ma in effetti in questo caso caderci è piuttosto facile: l’innaturalità delle Spiagge Bianche è davvero inquietante.

E affascinante.
Ma solo se hai qualche forma di parafilia per l’aggettivo “chimico”.

La sabbia è bianca perché il canale di scolo della Solvay scarica in mezzo alla spiaggia, riversando in acqua residui di carbonato di calcio, un sale bianco che in acqua si scioglie molto poco (è il componente principale del calcare, per intenderci), che alla lunga ha

Veduta
Ma che sia diversa dal resto della costa si nota a malapena.

finito col costituire gran parte della sabbia stessa. Inoltre, l’azienda produce una grande quantità di composti sbiancanti (acqua ossigenata, bicarbonato di sodio), ed è ragionevole pensare che residui di questi si trovino nelle acque di scarico e rendano bianca la sabbia preesistente. Siccome il carbonato non si scioglie in acqua, il mare è sì turchese, ma non è trasparente: le particelle bianche restano in sospensione, rendendo l’acqua chiara ma opaca.

Un problema di tossicità

Una delle pratiche più impressionanti messe in atto da alcuni bagnanti è fare il bagno proprio nei pressi dello scarico (!), perché “il bicarbonato fa bene alla pelle”.

Fare il bagno negli scarichi industriali… cosa potrà mai andare storto?
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¡Vamos a la playa!

Che ciò faccia impressione, però, non è particolarmente indicativo: il carbonato di calcio, il bicarbonato di sodio ed altri sali presenti negli scarichi, come il cloruro di calcio, in effetti non sono tossici.

Il problema sorge però quando si iniziano a fare delle analisi che dicano come stanno realmente le cose. Nel rapporto dell’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT), emerge come il contenuto di mercurio nelle acque di Rosignano superi la soglia raccomandata dagli Standard di Qualità Ambientale. A questo si aggiunge anche il superamento dei limiti un po’ in tutta la regione per stagno (tributilstagno), arsenico e cromo, non esattamente dei toccasana; se poi si prendono in considerazione i sedimenti, cadmio e mercurio sono troppo elevati qui come altrove.

La cosa forse più interessante, però, è una tabella presentata inizialmente: qui si evince come le acque di TUTTA la costa toscana, ad eccezione di quella dell’Arcipelago delle Isole Minori, si trovino in un buono stato ecologico, ma non in un buono stato chimico. E nei criteri di balneabilità non rientra lo stato chimico delle acque, ma quello microbiologico, ossia riguardante la presenza di batteri che possono portare malattie.

In conclusione

Intendiamoci, nulla di tutto ciò fa sì che chi si fa un bagno nelle acque turchesi delle Sabbie Bianche non ne esca vivo. Però certamente avere la pelle a contatto con tanti metalli pesanti (che la pelle la attraversano, specie mercurio e tributilstagno) alla lunga porta a dei problemi.

L’impressione è che sia tutto… molto strano. Cioè, tutti sanno che l’acqua è inquinata, voglio dire, l’acqua è palesemente inquinata, eppure in buona sostanza i frequentatori della spiaggia se ne fregano allegramente e si buttano lo stesso in mare. C’è un divieto di balneazione, è vero, ma riguarda unicamente qualche decina di metri di spiaggia a partire dal canale che… scarica in mezzo alla spiaggia stessa. E comunque di fatto viene ignorato.

Cercando informazioni in Rete su Rosignano, poi, mi ha colpito un fatto in particolare: ogni volta che si parla di questa spiaggia, fra i commenti agli articoli spunta qualcuno del luogo che difende a spada tratta la spiaggia e l’azienda, dicendo in sostanza che le notizie sugli inquinanti sono tutte bugie.

Non lo sono. E lo dice una agenzia pubblica toscana, non io. Però tutto ciò mi ricorda molto uno dei maggiori pericoli che si corrono in laboratorio: le sostanze più insidiose non sono quelle corrosive, come gli acidi forti. Queste sono evidentemente pericolose, ed il nostro cervello ci difende istintivamente da loro. Al contrario, i solventi tossici come il diclorometano non fanno nulla sul momento… ma sono quelli la cui inalazione cronica può portare a problemi anche molto gravi.

E qui è un po’ lo stesso. Una ragazza intervistata dal Secolo XIX dice che il luogo “[…] nel weekend è invaso dai turisti. Significa che il mare non è così inquinato come sostiene qualcuno»”.

Purtroppo, però, non funziona così.


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La natura è un posto orribile

Proprio così.

A mio modo di vedere, l’equazione “naturale uguale buono” è uno dei concetti più odiosi e volgari che esistano: la natura è una giungla orrenda, dove ognuno non fa altro che pensare ossessivamente alla propria sopravvivenza. E se questo significa far sì che tutti gli altri periscano, oh beh; ben venga. Non c’è nulla di intrinsecamente buono, salutare o innocuo nella chimica naturale. La natura è solo un covo di bastardi, dove ciascuno ti fa la pelle appena può, spesso producendo gli intrugli più micidiali.

E fonti sicure mi dicono che gode, nel farlo.
Quello che si dice una introduzione pacata ed argomentata.

Il male microscopico

Il clostridio del botulino è un batterio che ha deciso di non andare troppo per il sottile, producendo la tossina più potente conosciuta dalla nostra specie: in media basta iniettarne in vena 115 miliardesimi di grammo e mezzo per far secco un uomo adulto. Andiamo, è una quantità ridicolmente piccola, impossibile da visualizzare – quanto è un miliardesimo di grammo?

L’aspergillo giallo e colleghi sono su un altro livello. Saranno anche solo muffe, ma la loro aflatossina B1 è la sostanza che batte tutti in malvagità: non si limita ad essere uno dei carcinogeni epatici più potenti conosciuti (esatto, è una sostanza che serve ad indurre il cancro al fegato) se presa a piccole dosi, ma in dosi elevate causa semplicemente la morte dei tessuti del fegato prima e magari anche dell’individuo poi. In particolare fa effetto sui bambini. E tanto per estrinsecare la sua natura di creazione del male, viene distrutta dalla luce del sole.

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Il mio regno del terrore termina qui, ma non illudetevi! Altri verranno!

Sfruttare la paura

I serpenti non stanno certo a guardare mentre batteri e funghi fanno i grossi producendo tossine tremende – tra di essi mi piacciono in particolare i crotali adamantei (ma sì, i serpenti a sonagli), autori di un veleno che trae lunghe sorsate dal calice della malvagità più raffinata: fra i suoi molti effetti, fa morire rapidamente i tessuti colpiti e inibisce la coagulazione favorendo nel contempo il sanguinamento. Una delle sue componenti reagisce con una delle sostanze delle membrane dei globuli rossi, liberando delle molecole che li fanno scoppiare in una reazione a catena. Ma soprattutto “trucca” il sistema nervoso della vittima, favorendo il rilascio della bradichinina, la sostanza che causa il dolore. Non basta loro fabbricarsi in casa i veleni, sfruttano la chimica altrui per fare del male, i bastardi.
E questo buffet di sgradevolezze si diffonde e aumenta se il battito cardiaco della vittima aumenta; perché il serpente sa benissimo che se uno viene morso da un mostro strisciante, beh, sorpresa sopresona: avrà paura. E la paura fa aumentare il battito cardiaco.
Capito?
Inietta roba che sfrutta il dolore e la paura della vittima.

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E mi nutrirò anche della tua anima.

Comunque il crotalo adamanteo ha un veleno molto meno potente di quelli citati sinora: ne servono 150 millesimi di grammo per uccidere un uomo.
Per non sbagliare, ne inietta quasi il triplo.
Almeno.

La giungla degli orrori

“A base di ingredienti di origine vegetale”… è una bella dicitura, eh? È rassicurante. Io la trovo rassicurante.
E in effetti è una immagine rassicurante, questa delle piantine sotto il sole caldo, imperlate di rugiada fresca.
A sbattersi a sintetizzare composti per cui utilizzano nutrienti preziosissimi, aspettando solo che tu arrivi lì, a coglierle con la tua manona goffa, per tritarle, spremerle, metterle a macerare in olio, alcol o chissà che altra schifezza. E magari a ringraziarti, nel processo.
“Goditi il tuo detergente intimo alla calendula! Io e le mie sorelle ci siamo fatte cogliere volentieri, per te!”
Come no.
Li ha fatti proprio per te, i flavonoidi.

Col cavolo. Le piante quella roba la producono per sé. E spesso lo fanno per ammazzare. Le piante vi odiano, e vi accopperebbero se potessero.
E spesso possono.

E god... no, l’ho già detto.

Com’è che funziona? Vedetela dal punto di vista della pianta: se arriva qualcuno che se la vuole, che so… mangiare, non è che abbia molte possibilità di fuggire. Quindi le piante hanno evoluto molti sistemi che rendano il mangiarle una pessima idea. O anche l’ultima idea che qualcuno possa avere. Specie se ha sei zampe.

Manipolati dalle mele

Ma non esageriamo, basta con i veleni che poi si finisce sempre a parlare di cicuta, di digitale e compagnia bella: avete presente il tannino? Quella sensazione di allappamento in bocca, dopo un bel bicchiere di rosso?
Ecco, quelle sono le proteine della vostra saliva che, sotto l’effetto dei tannini, si aggregano fra di loro e precipitano. Al suolo (sulla lingua, vabbè). Inutili. Sono proteine che servirebbero a digerire. E invece niente. Macchine rotte.
Ottimo, i tannini fanno quella roba anche agli enzimi che vi permettono di digerire (l’acido da solo non basta). E sono presenti pure nella frutta acerba, ma (di solito) non in quella matura.
Capita la storia? La pianta vuole che voi mangiate i suoi frutti, in modo da spargere poi in giro i semi. Ma non prima che questi siano pronti. Così riempie di tannino i frutti acerbi, in modo che mangiarli sia una pessima idea se uno non vuole finire di digerire una settimana dopo, e lentamente li fa sparire man mano che i frutti maturano, con i loro semi belli pronti per essere sparsi per il globo.
Esatto.
Le mele ci usano.

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Il burattinaio è quello rosso e tondo.

Ma seriamente…

Va bene, mi sono divertito abbastanza.

Non è vero, continuerei per pagine e pagine.

Ma proseguire non servirebbe: questa carrellata serviva a mostrare qualche esempio di come là fuori sia pieno di sostanze perfettamente naturali che a tutto servono fuorché al benessere di qualche scimmia senza pelo. Molte delle sostanze che estraiamo dalle piante, ad esempio, sono fatte per uccidere o inibire potenziali predatori, e solo per un fortuito caso (o “per analogia strutturale”, ma non stiamo lì a usare paroloni) possono essere utilizzate per derivarne, che so, dei farmaci. L’intero concetto di “naturale” è estremamente difficile da definire: in chimica una sostanza è “naturale” semplicemente se esiste in natura – e in effetti non c’è differenza fra lo zucchero estratto dalla barbabietola e quello sintetizzato in laboratorio.

Ok, il secondo costa molto di più, ma son dettagli.

E il giurista è d’accordo. Spesso si può trovare il caffè decaffeinato “con metodo naturale” – cioè con una sostanza esistente in natura, questa:

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Tò, beccati ‘sta botta di natura.

Perché l’acetato di etile in effetti si ritrova, naturalmente, anche nell’aceto. Ma non significa che tutto quello utilizzato sia estratto dall’aceto – né che ci sia qualche differenza fra questo e quello del tanicone.

Una questione di rispetto

Con questo non intendo affatto sostenere che valga l’equazione contraria “naturale=fuffa”, né “sintetico=buono”. Molte sostanze artificiali, vale a dire prodotte esclusivamente dall’azione dell’uomo, si sono rivelate pericolose in maniere imprevedibili, o difficili o impossibili da smaltire nell’ambiente. Proprio perché “non naturali”, ma “figlie di artificio”.
D’altro canto, l’enorme quantità di prodotti del metabolismo degli organismi, in primis delle piante, rende ad esempio certamente meno prevedibile l’effetto degli estratti naturali rispetto a quello dei farmaci di sintesi. Perché un estratto può contenere un gran numero di molecole farmacologicamente attive, mentre la composizione di un farmaco è perfettamente nota.

Ho definito “volgare” il concetto “naturale=buono” perché la natura è un fenomeno estremamente complesso, che va ben al di là dei concetti estremamente antropocentrici di “bene” e di “male”. Ridurla a “buona e bella” equivale a sminuirla in maniera per me inaccettabile. La complessità va accettata e cercata di comprendere, non certo barbaramente semplificata con qualche odiosa formuletta; districarla costa fatica ed impegno, ma ripaga con un bene preziosissimo: la comprensione. Che a sua volta conduce all’amore.

I serpenti su cui ho scherzato sono animali effettivamente letali, che certamente non causano dolore per trarne piacere, ma banalmente perché devono farlo. Per sopravvivere a loro volta. Non per questo sono meno affascinanti o degni di rispetto. Ecco, rispetto: un approccio essenziale, che merita di essere riservato sia alla Vita, con la maiuscola, sia agli sforzi immensi che l’uomo impiega nel cercare di capire i processi alla base dei meccanismi molecolari.

E che portano spesso a risultati meravigliosi.


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Qui ho solo sfiorato la superficie, se vi interessa approfondire Internet è una prateria sterminata. Sul tema della tossicità tempo fa è apparso un articolo molto più serio di questo sul sito dell’associazione Chimicare a firma di Nicole Ticchi, mentre su fruttosio naturale e artificiale c’è un agile video dell’ottimo Dario Bressanini.
Segnalo infine lo splendido blog Erba volant di Renato Bruni, tutto su piante e sostanze che da esse si ricavano.