[Recensione libro] – La meravigliosa vita degli elementi

Dal nulla…

Verso fine settembre sono stato contattato dalla casa editrice Vallardi, che mi ha proposto l’invio di un nuovo libro del loro catalogo, questo “La meravigliosa vita degli elementi” di Bunpei Yorifuji. Io ho pensato qualcosa tipo “evvai, roba gratis, sono un influencer importante” (mi esalto per molto poco); all’arrivo del libro, ho capito che la mia trasformazione nella Ferragni della chimica italiana era ormai compiuta, il mio successo ottenuto.

Non fate studiare chimica ai vostri figli, poi si ritrovano a scrivere intro così.

Sì, quella in cima è una macchia di unto.
La sovraccoperta riporta, all’interno, la tavola periodica come è illustrata nella parte 3 (vedi oltre)

Adesso l’ho letto con cura e, nonostante Vallardi non mi abbia chiesto di farlo, colgo volentieri l’occasione di scrivere del libro, anche per spezzare l’annetto e passa di silenzio in cui langue il mio blog.

In un guscio elettronico*

“La meravigliosa vita degli elementi” (che poi, diciamocelo, i titoli di ‘sti libri son tutti uguali; vuoi fare un libro divulgativo di chimica che sia originale? Intitolalo “La mediocre esistenza dei composti”. Non garantisco funzioni) è un libro illustrato opera di Bunpei Yorifuji, illustratore giapponese che scopro in questa occasione. In realtà la pubblicazione originaria, da parte di Kagaku-Dojin, è del 2009, ma è stato portato in Italia da Vallardi a settembre di quest’anno.

Si divide in cinque parti. La prima è una parte introduttiva in cui l’autore racconta come è nato il suo interesse per gli elementi (spoiler: rischiando di ammazzarsi con dell’elio. Davvero) e in cui cerca di contestualizzare la presenza degli elementi sulla Terra, oltre che di mostrare come è variata nel tempo la presenza di vari elementi nel contesto quotidiano di ciascuno di noi.

L'”armatura in acciaio” conta anche come tipico abito odierno

Nella seconda e terza parte, che costituiscono il blocco principale del volume, ciascun elemento della tavola periodica viene antropizzato e presentato all’interno di una “super tavola periodica”. In questa sezione, ogni elemento viene rappresentato, appunto, con forme umane maschili e vestito ed acconciato in maniera tale da seguire un codice grafico che dà (o almeno, dovrebbe dare) una idea di insieme immediata sulle proprietà dell’elemento: periodo di massima di scoperta, ambiti di applicazione umana più rilevanti, gruppo di appartenenza e, tutto intorno, una serie di arricchimenti (o rimandi a ciò che c’è nel breve testo) grafici tutti molto carini e pucciosini che concorrono a motivare l’acquisto dei libri illustrati.

Avevate problemi coi pesi atomici, ne avrete di peggiori coi peni atomici

In chiusura, una brevissima parte sulle strutture di alcuni composti di interesse, ed alcuni raggruppamenti elementari, arbitrariamente selezionati dall’autore (es. “il trio dei semiconduttori digitali, “i quattro imperatori esplosivi”). 

Infine, la quarta sezione fa una panoramica sul rapporto fra elementi ed organismo umano: qui è illustrata (in tutti i sensi) la composizione del corpo umano in termini di elementi, le carenze causate da alcuni di essi ed alcuni esempi di fonti di approvvigionamento alimentari nei cibi. Ora che sapete che il sangue di tartaruga è ricco di ferro, non starete mai più senza. 

C’è poi un’ultima, breve parte che ho trovato particolarmente interessante, sulle necessità industriali degli elementi per applicazioni specialistiche e sulla carenza globale di alcuni di essi.

Ma passiamo a giudizi e opinioni, che tanto so che dei fatti ve ne frega niente.

Bestie. 

*il titolo del paragrafo si riferisce all’espressione anglofona “in a nutshell”, che significa letteralmente “in un guscio di noce” e si usa idiomaticamente per introdurre il riassunto di un tema, un po’ come “in breve/in poche parole”. Si chiama “shell”, però, anche il livello correlato al numero quantico principale n di ciascun elettrone di un atomo; insomma, il processo mentale è stato quello di immaginare di storpiare “in a nutshell” in “in an electron shell” (quindi male) e poi di tradurlo, generando così un brutto gioco di parole che in più mi costringe a scrivere questa nota verbosa e pesante. Devo fare più attività fisica.

Quello che mi è piaciuto

Oh, il libro è un libro illustrato e come tale credo che le prime parole vadano spese per rispondere alla domanda: “è bello?”. 

Sì, è bello

Oddio, la tricromia bianco/nero/giallo sulle prime mi aveva un attimo lasciato perplesso, ma in effetti sul lungo periodo devo dire che fa il suo lavoro, risultando stilosetta e, a conti fatti, adeguata allo scopo.

Risulta anche un po’ di sinistra, diciamocelo – ma non preoccupatevi, credo vi possa piacere anche se in camera avete il poster della Thatcher. Lo so, lo so, sembra una cavolata… ma io ne resto convinto. Non ho idea di che cosa stia scrivendo.

Il gioco fa sempre il suo effetto quando si tratta di apprendere, non c’è niente da fare: l’approccio ludico serve bene l’intento di Yorifuji di rendere la tavola periodica più accessibile e semplice da ricordare. Il mio preferito è il neodimio, e adesso non dimenticherò più che si contende col samario il titolo di miglior magnete dell’universo, né che in lega col disprosio si ottengono magneti più resistenti alla smagnetizzazione. Ottimo.

Circa i contenuti, direi che siamo sul “buono” pieno. E’ chiaramente l’aspetto su cui mi sono soffermato con più attenzione e quello su cui romperò di più le balle nell’apposito paragrafo, ma in generale secondo me è una buona lettura/consultazione; certo non un compendio esaustivo sulla tavola periodica – ma non è, palesemente, ciò che vuole essere. Credo meritino una nota di lode la traduzione e adattamento di Ramona Ponzini con la revisione di Andrea Marchesani, perché scorrono benissimo, cosa credo non facile per un’opera di questo tipo. Un paio di imprecisioni sono rimaste, ma so per esperienza che è difficilmente evitabile… ovviamente ci punterò un grosso faro addosso fra un paio di paragrafi, ma che volete farci, è il privilegio di chi recensisce.

Altro aspetto che ho apprezzato della trattazione dell’autore, è che non ci sono sproporzioni particolari nell’approfondimento dedicato a ciascun elemento. E’ chiaro che, per dire, del cloro dice molto di più che non del francio, ma a parte gli elementi ultra pesanti del periodo 7, tutti gli elementi della tavola periodica hanno la dignità di avere una sezione dedicata e, al minimo, un aneddoto interessante o una applicazione pratica. Questo è molto rinfrancante per chi, come me, lavora in campi vicini alle life sciences e si ritrova ad avere una tavola periodica che, fondamentalmente, finisce con il calcio e include sporadicamente qualche metallo di transizione. Che tristezza.

Uh, e mi sono piaciute molto le ultime due pagine della terza parte, in cui si vede come gli elementi interagiscono fra di loro all’interno dei composti; qui il cartoon si fonde perfettamente con la struttura tridimensionale di molecole e sali. Bello, bravo mr. Yorifuji.

Quello che potrebbe piacervi, oppure no

Ecco, una cosa che va nettamente a gusti (e che in effetti a me non piace particolarmente) è che è tutto molto… giapponese. Dal modo di intendere l’organizzazione degli argomenti allo stile grafico, passando per gli esempi fatti sul cibo o di contesto storico, LMVdE (madonna che acronimo terribile) è inconfondibilmente un libro nipponico. Certo, l ‘autore (e Kagaku-Dojin) fa bene attenzione a strizzare l’occhio al mercato internazionale, portando anche qualche esempio, appunto, internéscional*, però com’è, come non è, alla fine saprete perfettamente che il Giappone non è più il primo produttore mondiale di Indio dal 2006 – sono certo non ci dormivate la notte.

Ma niente panico, recuperiamo col selenio!

A parte questo, ho una perplessità sulle scelte di Yorifuji: gli elementi sono antropizzati, e lo sono tutti al maschile. Spesso con tanto di pisello elementale di fuori, tra l’altro. Si potrebbe obiettare che “beh, sono elementi, non elemente, come volevi che fossero?”, però è anche vero che non ho idea del genere attribuito agli elementi in giapponese (in effetti non ho nemmeno idea se ci siano né come siano organizzati i generi, in giapponese; la mia cultura in materia si ferma a “shojo” e “shonen”, e makankosappo a tutti) e comunque, anche in italiano, si usa il maschile in assenza del neutro, è un artefatto linguistico. Una volta che rappresenti un atomo come un essere umano non ci sono motivi precisi per cui questo non possa essere di genere femminile**, perché non rappresentare al femminile il berillio o l’afnio? Tra l’altro, le donne non è che non ci siano: compaiono, ma solo come assistenti alla vestizione, nel rappresentare la coppia stereotipica nella prima sezione, nell’ultima tavola o… ah sì, con due gigapoppe così quando l’autore cita l’uso del silicio nelle protesi al silicone. Ed è tutto.

Cioè.

Ed ecco, ragazze, qualcosa in cui potete immedesimarvi!
“He he”

Devo confessare che col tempo la cosa mi ha infastidito sempre meno e l’ho trovata sempre più veniale, però… non lo so, alla fine sentivo la necessità di sottolinearla. Poi vedete voi.

*che poi vabbè, de facto inizia e finisce con la “colazione occidentale” – con uova e bacon, ovviamente. E’ un libro sul Giappone, dai. E va bene così, è parte del suo fascino.

**o qualsiasi cosa nel mezzo – certo però che rappresentare lo zirconio come, che so, chiaramente mtf sarebbe stato un attimo complicato.

Quello che non mi è piaciuto

Il particolare codice grafico scelto da Yorifuji funziona, ma fino ad un certo punto. C’è da dire che le idee avute dall’illustratore, e la loro realizzazione, sono di per sé più che degne di lode, però… oh, però pur avendo consumato pagina 33 io continuo ad essere convinto che ci sia la ricerca di una qualche corrispondenza fra gli elettroni di valenza di un elemento e le sue fattezze, ma non la trovo. E mi sa che mi inganno. Ci sono inoltre alcuni piccoli accorgimenti che semplicemente non vengono spiegati: elementi classificati come “velenosi” per l’uomo sono rappresentati con degli occhiali da sole, ma questa cosa non è mai spiegata nella legenda (poi può essere che me la son persa io perché son stordito, eh).

Devo però rendere giustizia alle idee dell’autore: non è immediatissimo, ma in effetti ci si può fare un’idea delle principali (o più interessanti) proprietà di un elemento solo guardando il personaggio che lo rappresenta, e non è una cosa da poco.

Veniamo ai contenuti, perché è qua che un libro del genere se la rischia quando è letto da uno specialista. L’ho già scritto, i contenuti sono… buoni. Un paio di errori però li ho trovati, e vorrei che se qualcuno che legge queste righe acquistasse il libro (cosa che non sconsiglio affatto) ne fosse consapevole.

A parte un refuso che veramente da poco (“idrogeno liquido” nella pagina dell’azoto, ma è ovvio che si tratta di un refuso), l’unico errore davvero degno di nota l’ho letto nella descrizione del’ossigeno: “Ruggine e muffa sono due forme di ossidazione”. Erhm… no; la ruggine è una forma di ossidazione, le muffe, invece, sono organismi – che ok che sono delle gran fighe, si mangiano praticamente qualsiasi cosa e prosperano in ambienti impossibili per qualunque altro eucariota, ma sul metallo puro hanno ancora qualche difficoltà, via.

AAAAAAAARGH!!!
(Sulla sinistra, “l’idrogeno liquido”. ‘ste due pagine sono il ricettacolo di sfiga del libro, mi sa)

Credo però sinceramente sia un lost in translation sfuggito al revisore; magari in originale (vado a braccio, non ho assolutamente alcuna cognizione della lingua giapponese) era un qualcosa che alludeva, che so, tipo alle “fioriture” del metallo (boh?) ed è stato reso come “muffa”. Quello che mi preme, però, è che se leggerete il libro avrete a mente che le muffe NON sono forme di ossidazione.

Che poi vi beccate 4 in scienze e la colpa è mia che non ve l’ho detto.

Cosa ci avrei messo, che non c’è? Beh, ecco, quello che trovo manchi quasi senza eccezione nei testi di chimica, o che parlano di chimica, è un chiarimento netto su quale sia la natura di elementi e composti a livello macroscopico, tangibile: un paragrafetto del tipo

un elemento si presenta facilmente in maniera del tutto diversa rispetto ai suoi composti, e c’è caso che le proprietà e l’aspetto dell’uno non c’azzecchino niente con quelle dell’altro. Il sodio, quando è da solo, è un metallo lucentissimo e che si taglia con un coltello, mentre il cloruro di sodio con cui vi hanno fatto due balle così in tutti gli esempi del pianeta è un sale che non ha nessuna delle proprietà macroscopiche del sodio elementare, ANCHE SE in entrambi i casi ci sono atomi “Na” e alcune proprietà sono conservate

aiuterebbe molto a comprendere la differenza fra elementi e composti. Qui non c’è, ed è un po’ un’occasione persa. Ma non c’è praticamente mai, quindi non è una nota di demerito, quanto più un mio desiderata.

In conclusione

Cos’ho (ancora) da dire, dopo questo colossale tl;dr?

Che “La meravigliosa vita degli elementi” è, al netto dei suoi (pochi) difetti, un libro piacevole, molto bello graficamente (e grazie) e che, secondo me, è un acquisto per sé che vale la pena, o un regalo molto piacevole se siete in cerca di qualcosa di nerdy che non vi svuoti le tasche, sia bello, utile ed originale e non sia la solita stracazzo di tazza con la formula di struttura della caffeina o peggio la scritta “se non sei parte della soluzione, sei parte del precipitato”.

Cioè, raga, basta, davvero.

Io la odio, quella battuta.

Anzi, la iodio.

Pubblico in delirio. Sipario.


Come sempre, GRAZIE per aver letto sin qui – e stavolta un bel “grazie” anche a Vallardi per l’invio della copia, anche se mi sa che se ne sono già pentiti. Ho latitato per un sacco di tempo dallo scrivere ma ho la seria intenzione di riprendere, perciò se vi divertite cliccate in giro le varie campanelle e soprattutto considerate di seguire la pagina Facebook che, essendo vecchio, uso come social principale. Ciao!

Se il libro vi interessa, potete acquistarlo a questo link.

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