Il demone e la scimmia

La scimmia cercava lungo la strada, quando all’improvviso le si materializzò di fronte il demone.

Questo era una figura il cui simile la scimmia non aveva mai visto sino a quel momento: in qualche modo le assomigliava, ma allo stesso tempo non era come nulla che avesse mai visto. La sua pelle, o meglio la sua superficie, era liscia, lucida e dura; un po’ come i gusci duri degli insetti, certo, ma anche profondamente altro.

Non era né maschio né femmina, eppure era entrambi allo stesso tempo; la scimmia lo trovava attraente e repellente allo stesso tempo, seduttivo eppure intrinsecamente portatore dentro di sé di qualcosa di profondamente sbagliato. Avrebbe voluto essere in grado di capire meglio quell’essere, di definirlo meglio; ma in fondo, non era che una scimmia.

La scimmia era spaventata dal demone, ma meno di quanto forse avrebbe dovuto essere. Ogni sensazione, ogni singolo pensiero o emozione che il demone le suscitava era pervaso di ambiguità, conteneva dentro di sé il proprio opposto e non si faceva alcun problema a palesarlo apertamente. Sembrava prendersi gioco di ogni legge della natura, ma era anche portatore di una enorme potenzialità , che null’altro al mondo poteva avere. La scimmia lo sentiva e, certamente per questo, non fuggì terrorizzata dal demone ma, anzi, non appena il demone le si rivolse, si ritrovò ad ascoltarlo avidamente (la scimmia era molto curiosa).

IMG_20190628_190307“Scimmia, vengo per portarti un dono; ti vedo sorpresa, eppure so che mi cercavi. Per quarantamila anni non hai fatto che cercare freneticamente me: ciò che io ti porto, ciò che io sono.”

La scimmia era ammutolita. Il demone allungò un braccio e chiuse la mano a pugno, ma senza stringere, come a voler tenere un bastoncino in orizzontale davanti a sé. Qualcosa cominciò a prendere forma nella mano del demone, anzi sembrava scorrere dalla mano:  prima una forma ad arco verso il basso e poi, collegata a questa ma indipendente, apparve… sì, era un secchio. Ma era un secchio completamente diverso da quelli cui la scimmia era abituata: non era di metallo, ma sembrava fatto della stessa materia di cui era fatto il demone – in effetti proveniva da questo, l’ipotesi era ragionevole. Il secchio era di un bel blu lucido e, come il corpo del demone, dava l’impressione di essere duro; ma dava anche quella di essere un oggetto incredibilmente leggero, ed era pieno di granuli bianchi.

Adesso la scimmia era un po’ spaventata.

Ma restava terribilmente curiosa.

“Ecco il mio dono. È una materia come non ne hai mai avute a disposizione: potrai plasmarla in qualsiasi forma tu voglia e di essa ci sono moltissime varietà, così tante che ne troverai con ogni proprietà che ti serva. Ma in tutti i casi, sarà molto più leggera dell’acciaio, sarà impossibile che arrugginisca e un oggetto fatto con essa non si romperà, se dovesse cadere. Potrai plasmarla scaldandola e soffiandola, proprio come il vetro, ma ti basteranno temperature molto inferiori per farlo; e proprio come il vetro, essa potrà anche essere trasparente, rimanendo però infrangibile.

E ti dirò di più: è praticamente eterna.”

La scimmia era stupefatta.

“Demone, tu mi fai un dono incredibile. Ma io conosco la tua stirpe, e so che non fate nulla per nulla: cosa vuoi in cambio?”

“…oh, non preoccuparti. Ti farò sapere.”

La scimmia allungò la mano e prese il secchio senza pensare.

Il dono del demone

La scimmia fu sedotta quasi immediatamente dal dono del demone.

E comprese in fretta che, per quanto sgradevole, il dono era assolutamente meraviglioso. IMG_20190624_180636Si trattava della materia più incredibile che potesse immaginare: bastava uno stampo e la scimmia poteva farle acquisire e conservare letteralmente qualsiasi forma; non solo, ma bastava aggiungere un pizzico di questo o un pizzico di quello e questo materiale fantastico acquisiva tantissime proprietà differenti.

Soprattutto, era bellissimo. All’improvviso, un multiverso di funzioni e di forme prima solo sognate le si spalancò innanzi. Bastava fare uno stampo (molto più semplicemente che per i metalli, tra l’altro), scaldare un po’ dei magici granelli, colare nello stampo il materiale fuso ed ecco fatto. Qualsiasi cosa poteva essere ottenuta. Ed in quantità enormi.

Meravigliata, la scimmia diede un nome a questo dono, una parola che assomigliava al dono del demone: aveva un suono sgradevole a pronunciarsi, ma allo stesso tempo affondava lunghe radici nella storia di quel mondo, mondo cui si trovava pur senza appartenervi del tutto. Questo nome descriveva perfettamente come il dono del demone fosse in grado di essere  plasmato perfettamente e senza fatica in una forma a scelta del suo padrone; di come questa materia dei miracoli fosse plastica.

IMG_20190622_110413La vita sulla Terra conosceva già da molto tempo delle molecole simili alle plastiche: tutti i viventi si basavano da sempre su delle sofisticate nanomacchine che, sfruttando la poca energia data dal calore circostante, potevano dare il via a delle reazioni chimiche altrimenti impossibili. Queste nanomacchine, dette enzimi, erano formate da delle catene di centinaia di piccole molecole, gli amminoacidi, che unendosi davano vita a delle nuove molecole, formate da catene di centinaia di aminoacidi, dalle proprietà completamente diverse rispetto a quelle delle molecoline di partenza: gli enzimi, appunto.

Di più, le piante avevano trovato il modo di utilizzare alcune delle loro nanomacchine, per unire fra loro non aminoacidi, ma migliaia di piccole molecole di glucosio, formando una gigantesca molecola dalle proprietà strutturali eccezionali, che non si ripiegava ma dava vita a dei bei filamenti lineari, sui quali basarsi per poter costruire dei fusti molto alti e resistenti: si trattava della cellulosa.

IMG_20190628_190326Siccome gli organismi, sino a quel momento, avevano avuto moltissimo tempo per incontrare e studiare tutte queste enormi molecole, chiamate collettivamente polimeri proprio perché formate da molte piccole molecole unite fra loro, avevano anche avuto occasione di sviluppare alcuni enzimi dedicati specificamente a fare a pezzi i polimeri, smontandoli nelle molecole di origine: questo era particolarmente utile, perché tutti i “mattoni” dei polimeri erano riutilizzabili in qualche modo.

Il dono del demone mimava questo meccanismo, ma utilizzava dei mattoni diversi rispetto a quelli cui i viventi erano abituati. Si trattava di piccole molecole antiche, piuttosto rare e difficili da ottenere sulla superficie, ma che si potevano estrarre in grande quantità e con relativamente poco sforzo dalle viscere della Terra: manufatti diabolici necessitano di risorse provenienti dalle profondità infernali, ovviamente.

Quando entrarono in contatto con il dono del demone, i viventi si trovarono perciò di fronte a qualcosa con cui non sapevano come comportarsi. I loro enzimi, diventati estremamente efficienti nel demolire i polimeri nel corso del tempo, non sapevano come comportarsi di fronte

a queste molecole: entravano sì in contatto con loro, le accomodavano nei propri siti attivi, ma poi… non trovavano niente di ciò che si aspettavano. Un gruppo estereo da attaccare, un atomo un po’ carico da sfruttare per far partire un mutamento conformazionale che avrebbe scatenato la catalisi… nulla. Le plastiche stavano lì, facendosi beffe degli enzimi dei viventi proprio mentre stavano sotto i loro denti, diventati improvvisamente inutili di fronte all’inattaccabile monotonia del poliestere o del polipropilene.

Le plastiche potevano essere eliminate solo nei modi tradizionali per la distruzione degli IMG_20190626_202149_sfocartefatti infernali: tramite il fuoco, o tramite esposizione prolungata alla luce del sole. Ma ben presto la scimmia dovette realizzare che anche queste soluzioni erano perlopiù illusorie: a meno che la combustione non fosse condotta in condizioni estremamente controllate, le fiamme eliminavano sì le plastiche, ma il processo dava origine a composti aromatici estremamente tossici per ogni forma di vita o quasi. Il potere della luce del sole, invece, era tale da riuscire a spezzare e ossidare le molecole dell’entità demoniaca, rendendo efficaci gli enzimi dei viventi nell’annientarla una volta per tutte. Ma la luce del sole aveva un importante problema: era terribilmente lenta nello svolgere questo processo, e nemmeno il suo potere bastava a tenere a bada la quantità smodata di plastiche che la scimmia, in un tempo brevissimo, aveva fatto comparire sulla Terra.

La mente della scimmia

La scimmia cominciò a considerare il problema quando scoprì che la plastica aveva un potere infernale: non si poteva realmente distruggere per via meccanica, ma solo scindere in pezzi più piccoli, così piccoli che potevano persino diventare invisibili, sino a scomparire alla vista ma senza perdere la propria natura. Erano così piccoli, e la plastica prodotta in quantità così copiose, che cominciò a capire che il dono del demone era entrato anche letteralmente dentro di lei, in forma di pezzi piccolissimi, ma pur sempre dotati di tutte le loro proprietà. Il dono era lì per restare, e lei ne era stata corrotta. Prima all’esterno, producendo con le plastiche non solo oggetti che altrimenti non sarebbero stati possibili e che le avevano permesso evoluzioni stupefacenti in campi come l’ingegneria avanzata, la ricerca biomedica e infiniti altri, ma anche milioni di oggetti di consumo dalla vita utile brevissima, ma che non avrebbero cessato di esistere per secoli. I mari, le terre, il pianeta ne era pieno. E poi all’interno, perché quella quantità immensa di materiale demoniaco si stava scindendo in pezzetti infinitamente minuscoli, pervadendo ogni angolo animato ed inanimato del globo, inclusa la scimmia stessa.

Pensò di riparare al danno, ma ormai era troppo tardi: il dono del demone l’aveva 6g2pbhv8k1tscompletamente assuefatta, e nulla poteva farla tornare indietro. La sua mente si era evoluta rispondendo a stimoli appartenenti ad un mondo in cui la scimmia doveva riprodursi e sopravvivere e null’altro, non ad uno che avrebbe dovuto preservare, anzi; e questa mente non poteva rinunciare al salto epocale di qualità della vita che la scimmia aveva avuto grazie al dono del demone. Evolutosi per reagire a pericoli immediati e visibili come una tigre o un incendio, il cervello della scimmia non riusciva facilmente a trarre conclusioni complesse, quindi a registrare quel materiale liscio, colorato come una minaccia: per esso, ciò che contava è il qui ed ora, non il frutto ipotetico di sue elaborazioni. La considerazione che il bicchiere del caffè bevuto in qualche minuto le sarebbe sopravvissuto di diversi secoli appariva fumosa e distante, il caffè profumato e invitante. La consapevolezza che per produrre quegli oggetti lisci e lucidi stava trasferendo quantità immense di carbonio dal sottosuolo alla superficie, e poi da lì all’atmosfera creando problemi catastrofici, era oscura e incerta; gli oggetti, invece, tangibili e piacevoli.

Intanto, la produzione di plastiche continuava ad aumentare.

Lo sguardo dell’alieno

Non lo so, scimmie; per me il problema non sta nel manufatto infernale che vi ritrovate a maneggiare, ma in quello che avete in testa. E’ evidente che fate molta fatica ad identificare i i pericoli privi di zanne o artigli affilati, il che non è sorprendente, dato che le vostre capacità interneuronali sono sorte in un mondo in cui era molto più facile tumblr_lw0tmrnM8M1qhslato1_640morire dilaniati piuttosto che intossicati, o in una catastrofe climatica che avete causato collettivamente. Peggio di tutto, siete estremamente scettici verso le vostre stesse conclusioni, e sinché non potete percepire le conseguenze di quei pericoli come fareste con degli artigli o delle zanne, semplicemente non fate nulla per evitarli.

Non potete farci niente, siete fatti così.

Col dono del demone non siete diversi: piuttosto che buttare via dei broccoli che mangerete fra due giorni, li avvolgete in un oggetto che potrebbe durare un millennio. E intanto fate spallucce di fronte al fatto che il mondo intorno a voi viene lentamente ma letteralmente modificato da questo, abbruttito oltre la possibilità di recupero, le altre specie decimate, la vostra intossicata.

Non voglio mentirvi, né spacciarvi soluzioni semplici: a differenza della progenie infernale, io non voglio donarvi nulla al di fuori di voi, ma qualcosa al di dentro.

Voglio che alziate lo sguardo dalle mie parole e che vi soffermiate su uno degli svariati oggetti di plastica che sicuramente avete intorno e che iniziate a vederlo per quello che è: un manufatto pieno di una potenza inespressa, progettato per servirvi al massimo qualche anno, ma che difficilmente morirà mai del tutto prima che la vostra civiltà abbia termine. Ha il volto rassicurante di una penna, di un pupazzetto di qualche promozione o di un oggetto da cucina, ma in realtà è un manufatto pieno di una vitalità inarrestabile.

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Ecco, guardate agli oggetti di plastica in questo modo in tutti i momenti, mentre siete al lavoro, per strada, in casa. Pensate che settant’anni fa nessuno di questi esisteva, e la vostra specie prosperava ugualmente.

Se questo comincerà a generarvi un senso di angoscia e di oppressione, allora potrò darvi il benvenuto nel mio mondo. E a parlarvi di come, nonostante tutto, credo sia ancora possibile portare a termine il compito immane che la mia specie insegue da moltissimo tempo: distruggere il demone (continua).


Ben ritrovate, scimmie! La tematica è immensa, tanto che ho deciso di dividere il mio discorso sulle plastiche in due parti – questa è quella catastrofica e in cui mi diverto a raccontare, la prossima sarà meno narrativa e un po’ più speranzosa. Ma non troppo: credo che la divulgazione debba sì non generare allarmismo gratuito, ma Greta Thunberg ha ragione, se casa tua sta bruciando la cosa giusta da fare è andare nel panico e correre a prendere dei secchi, non cercare chi ti dica “nessun problema, va tutto bene”. 

La tematica è ovviamente immensa e multisfaccettata: per questo suggerisco  due approfondimenti divulgativi apparentemente poco attinenti. Il primo è il classico Il mondo senza di noi di Alan Weisman, che a mio parere aiuta a rimettere le cose in prospettiva. E a proposito di mettere le cose in prospettiva, il secondo è La scimmia nuda di Desmond Morris, ovvia ispirazione per il tema del post e, comunque, testo fondamentale per chiunque, a mio modesto parere. Poca chimica a ‘sto giro, insomma, ma vedrete che il focus tornerà presto da quelle parti.

A presto con la seconda puntata!

Un pensiero riguardo “Il demone e la scimmia

  1. Il problema fondamentale, come hai scritto tu, è che è praticamente impossibile per la mente umana realmente “comprendere” la portata della plastica. La durata della sua vita non è paragonabile a nulla del range che è esperito dagli esseri umani, si avvicina ai movimenti geologici o alla lenta danza delle galassie. Come si può dire di comprendere? Al massimo si riesce a comprendere quanto sia impossibile paragonarcisi. Anche solo il fatto che la plastica non si distrugga ma si scinda in pezzi sempre più piccoli da essere inesperibili all’occhio nudo: che significa per l’uomo “distruzione”? Significa smettere di essere visto, e dunque di essere presente. Si fa fatica ad ammettere i danni di qualcosa di invisibile ma dannoso -ora- (vedi alla voce virus, batteri etc.), o meglio, lo si riesce a comprendere intellettualmente ma viene difficile interiorizzarlo, figurati se si parla di un prodotto intossicante che per sua natura agisce nel corso dei decenni e dei secoli. Di fronte a una penna bic o all’involucro delle caramelle (primi due oggetti di plastica su cui mi si è posato lo sguardo or ora) il sentimento che bisognerebbe assumere è quello del sublime dei romantici tedeschi dell’ottocento, un senso di straniamento verso qualcosa di enormemente incomparabile con noi. E il fatto che l’abbiamo creato noi sottolinea solo quanto siamo delle scimmie sciocchine.

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