Caffeina e teina sono la stessa cosa

Tempo fa feci un semplice post sulla mia pagina Facebook con questo titolo, post che risvegliò un interesse che francamente non mi aspettavo. Successivamente, nel corso di una conversazione fra colleghi, tirai fuori questa nozione per qualche ragione

che non ha nulla a che fare con sventolamenti narcisistici, eh

ed assistendo alle espressioni di stupore di professori e ricercatori, ho deciso di riordinare un po’ meglio quelle poche righe e riproporle qui. Non che ci sia voluto molto: il concetto è solo uno, alla fine.

E comunque l’umanità ne ha bisogno
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La struttura della molecola di caffeina

Nessuna differenza. Nessuna.

Tutto nacque sentendo un’amica della mia compagna dire “sono allergica alla caffeina, ma non alla teina“.

Volevo obiettare, ma uno sguardo dalla donna che amo mi fece desistere.
Vedi poi che ci lamentiamo della scarsa diffusione della cultura scientifica…

Vabbè. Io però fossi in lei cambierei allergologo: le due sono la stessa molecola. Lo sappiamo già dal 1838, anno in cui Gerardus Johannes Mülder e Carl Jobst hanno dimostrato che tra le due non c’è differenza.

Se un caffè vi fa più effetto di un tè, i motivi possono essere molteplici. La pianta del tè di solito contiene più caffeina che i semi del caffè, ma la quantità varia fra le varietà di tè; un tè spesso è più leggero perché l’infusione è un processo estrattivo meno efficiente rispetto a quello che si verifica nella preparazione del caffè. E non va sottovalutato l’effetto placebo nel bere il caffé.

 

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La struttura della molecola di teina. Trova le differenze.

Guardate che bella che è la molecola di caffeina. O di teina. Perché mentirle dicendo che ha una “gemella” che in realtà non esiste? 

“E’ un gioco, cazzo!”

O “due consigli per giovani ricercatori“.
Ma ammetterete che c’è una certa differenza di impatto, fra i due titoli.

Chiedere ai veterani

Poco meno di un anno fa ho avuto la fortuna di trascorrere un periodo di ricerca negli Stati Uniti, presso il Connecticut College di New London, CT.  E’ stato un momento fantastico da un punto di vista “lavorativo” (le virgolette sono d’obbligo secondo me: non riesco a considerare la ricerca unicamente “il mio lavoro”, non più di quanto un prete possa fare col proprio, credo), durante il quale ho avuto la fortuna di incontrare alcuni docenti di grandissimo successo nel mondo della ricerca.
In quell’occasione sono riuscito ad avere la sfacciataggine di porgere ad alcuni di questi una domanda che mi propongo di porre sempre più spesso, e che credo tutti coloro che come me sono all’inizio del proprio percorso nel mondo della ricerca scientifica, un mondo incredibilmente complicato e che sa essere estremamente contraddittorio, dovrebbero porre il più spesso possibile: “se potessi dare un solo consiglio ad un ricercatore all’inizio della sua carriera, quale consiglio gli daresti?

Non che sia stato molto difficile, in realtà – trovare la sfacciataggine, dico.

Primo suggerimento: persegui interessi diversi

Due di questi (di cui non pubblico i nomi non avendo chiesto loro il permesso di farlo, scusate), provenienti da campi distanti fra loro come la chimica organica e l’inorganica,

FERMA, lo so, ha la credibilità di un norvegese che dice di essere “molto diverso” da uno svedese. Ma in questo caso sono davvero due cose molto diverse, giuro!

mi hanno date due risposte sorprendentemente coincidenti: in entrambi i casi, il singolo, prezioso suggerimento si riassume in “interessati di tante cose diverse, non limitarti al tuo campo preferito“. Relativamente, alla propria esperienza personale, il primo dei due professori declinava il suggerimento in “sto conducendo una ricerca molto distante da quello in cui mi stavo specializzando, se non avessi fatto X adesso non potrei mai star studiando Y”. Nel secondo caso, invece, mi è stata restituita una opinione più rivolta al futuro, non priva di un po’ di malinconia: “io ho studiato e praticato esclusivamente chimica organica, e non ho mai potuto dedicarmi ad altro. Ad un giovane, adesso, raccomanderei invece di non fossilizzarsi così su un singolo campo della chimica”.
Ma è sorprendente come i due consigli indirizzassero esattamente dalla stessa parte: resta aperto a campi anche molto distanti dal tuo, e non aver paura di sperimentare.

L’ho trovato ancor più sorprendente, e a dirla tutta confortante, specialmente perché esplicitamente applicato ad un campo di scienza dura come la chimica che, come tutte le sue “sorelle”, soffre molto della sindrome da iperspecializzazione: “se hai un curriculum da analitico, non potrai mai passare alla chimica fisica”, pensavo. O meglio, sono stato portato a pensare. Dall’altra parte dell’oceano, invece, ho ricevuto il suggerimento diametralmente opposto: non fissarti su un aspetto solo della scienza, o rischi di esaurire le carte da giocare.

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L’autore di questo, per esempio, era tutto fuorché specializzato.

Secondo suggerimento: divertiti!

A fine anno scorso, ho avuto la fortuna di incontrare uno dei docenti del mio dipartimento poco dopo il suo pensionamento: si tratta, fra l’altro, dell’autore di uno studio che se non sbaglio (non sono un esperto, chiedo venia) ha avuto un grande impatto sulla ricerca sull’HIV, oltre che di una persona incredibilmente alla mano.

Tratto comune a moltissimi “grandi”, fateci caso.

Dopo qualche esitazione, ho posto anche a lui la stessa domanda. Lui ha alzato gli occhi dalle vecchie carte su cui era chino, ci ha riflettuto un momento e mi ha dato la risposta più bella che riesca ad immaginare: “…divertirsi. Di continuare a divertirsi, di non perdere la dimensione artigianale. E di fare attenzione alle cose inaspettate che vengono fuori“.

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Se non è divertente, qualcosa non sta funzionando.

Poi mi ha spiegato che quelle vecchie carte che stava guardando erano proprio i dati da cui è originato il famoso studio. E mi ha raccontato della sua genesi, che ovviamente è stata totalmente casuale: un campione di sangue che doveva essere un bianco, una sorta di “punto zero” rispetto al quale valutare i campioni di pazienti malati, ha rivelato un comportamento inatteso. E allora la spiegazione di questo comportamento ha aperto, a cascata, la strada a tutta una serie di altre scoperte inaspettate, piccole di per sé, ma che hanno permesso, alla fine, di concludere uno studio che è stato fondamentale per lui e molto importante per il campo di cui si occupava.
Ma questo non sarebbe stato possibile, senza la volontà di “inseguire”, di volta in volta, i comportamenti inattesi che i fenomeni, di volta in volta, di passo in passo, mostravano.

 

Non credo lo dimenticherò mai, mentre concludeva: “E allora uno vede che succede questo, ma non ti spieghi perché, e allora vuoi andare avanti, capire… poi scopri che c’è un’altra cosa che non funziona come ti aspetti, e devi lavorarci ancora, ma a quel punto sai che non puoi mollare, devi assolutamente andare ancora avanti…”

Poi si è fermato un attimo, per voltarsi di nuovo verso di me e darmi la sua ultima, fondamentale considerazione al riguardo. Che ci tengo a lasciarvi:

…è un gioco, cazzo!

Sorrideva.