La feniltiocarbammide e l’oggettività delle percezioni

Oggi una conversazione su Facebook mi ha riportato alla mente un composto che mi sta molto simpatico: la feniltiocarbammide.

Phenylthiocarbamide_structure
Che ha questa faccia qui

La feniltiocarbammide (il cui nome di battesimo in realtà è feniltiourea… in ogni caso la chiameremo con il nome per amici di “PTC”) possiede una strana proprietà: a seconda dell’individuo che la assaggia, la PTC ha un gusto estremamente amaro, oppure un blando sapore amaro, oppure non ha alcun gusto.

Segue pallosissima spiegazione tecnica del fenomeno. Liberissimi di passare al paragrafo successivo.

Questo si spiega con un polimorfismo genico: la PTC viene percepita dal recettore del gusto codificato dal gene TAS2R38. Questi può assumere tre diverse forme che a loro volta si combinano con altri geni dando, alla fine, vita a due

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I piselli verdi, gialli, lisci, rugosi… è quella roba lì.

diversi “set” di recettori (più alcuni altri, in realtà, che però sono rarissimi e faremo finta di niente). Questi due si chiamano AVI e PAV: i recettori AVI non percepiscono il sapore della PTC, quelli di tipo PAV invece sì.

Siccome il nostro corredo genico è fatto da due copie dello stesso gene, che però possono essere diversi fra loro, alla fine dei fatti abbiamo tre possibili combinazioni per TAS2R38: PAV/PAV, AVI/PAV o AVI/AVI, a seconda che l’individuo sia omozigote o eterozigote.

 

Ecco allora che si delinea un parallelismo elegante fra la sensazione di amaro della PTC e la situazione genica di TAS2R38: una persona PAV/PAV percepirà la PTC come estremamente amara, una AVI/PAV sentirà il gusto lievemente amaro mentre ad un individuo AVI/AVI pare di assaggiare acqua fresca.

L’illusione della realtà oggettiva

Il comportamento della PTC è noto dal 1931, e da allora è stato ampiamente utilizzato come esperimento didattico nelle università per illustrare gli effetti del polimorfismo genico: a seconda della variante di cui sei dotato, percepirai la PTC in un modo o nell’altro.

Quando studiavo a Biologia, facemmo questo esperimento in laboratorio: l’aspetto più interessante non fu la perfetta corrispondenza con le aspettative o l’eleganza della tecnica (che comunque è fantastica), ma la sensazione provocata dal confronto fra le varie esperienze. Mi accorsi che, in effetti, non era semplicemente possibile scambiarsi le impressioni con chi la PTC la percepiva diversamente da sé: le diverse percezioni facevano sì che non si parlasse di diverse interpretazioni di un fenomeno, ma proprio di fenomeni diversi.

Mi piace moltissimo l’esperimento della PTC. In maniera così semplice e diretta, indiscutibile nella sua tecnicità, e tramite una sensazione così semplice ed ancestrale come quella del gusto, mostra in un attimo ed in maniera inequivocabile come le percezioni non filtrino i fenomeni, ma diventino i fenomeni stessi. E’ un problema con cui filosofi e psicologi si confrontano dall’alba dei tempi delle rispettive discipline, ma trovo che niente lo renda evidente così semplicemente come fa la PTC.

Credo che da oggi mi sforzerò di pensare alla PTC quando mi confronto con qualche opinione profondamente diversa dalle mie su temi che mi stanno pericolosamente a cuore: le opinioni che abbiamo dei fatti derivano inevitabilmente da ciò che di essi percepiamo. E, sebbene mi renda conto che il salto sia azzardato, la PTC mi ha insegnato bene che non siamo fisicamente equipaggiati per vedere le questioni in maniera oggettiva. Figurati per elaborarle allo stesso modo.

E comunque, ha un sapore che fa veramente schifo.


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2 pensieri riguardo “La feniltiocarbammide e l’oggettività delle percezioni

    1. Guarda, è una cosa banalissima: un foglietto di carta bibula viene impregnato nella soluzione di PTC e appoggiato sulla lingua.

      Non c’era un confronto organizzato sulle percezioni, ma solo una conta statistica di quanti avessero le tre sensazioni, per ricondurlo alla distribuzione attesa dei tre genotipi. Il confronto fra sensazioni era… spontaneo e autogestito :).

      "Mi piace"

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