Il guazzabuglio dell’omeopatia

Ovviamente ambisco ad una qualche onorificenza per aver usato la parola “guazzabuglio” nel titolo di un blog.

Di cosa non sto parlando

Detesto le definizioni in negativo, ma statemi dietro un momento, per favore. La questione non è banale ed è molto, molto confusa.

Il problema è che l’omeopatia fa parte della foltissima schiera delle medicine alternative, che vengono spesso assimilate e confuse fra loro, dando vita ad una giungla retorica in cui occorre farsi strada a colpi di machete.

Che è esattamente il livello di finezza che preferisco.
machete
E che Danny Trejo incarna perfettamente, come tutti sappiamo.

Estratti naturali e rimedi erboristici (inclusi tisane, distillati, macerati, decotti, oli essenziali, tinture, impacchi, elisir, estratti secchi, divertitevipureacitarealtroneicommenti) non sono omeopatia. La naturopatia, la fitoterapia e tutte le pratiche correlate non sono omeopatia. La medicina tradizionale cinese non è omeopatia. Agopuntura, fiori di Bach, Reiki, cristalloterapia, magnetoterapia, coppettazione, ayurveda, chiropratica, sciamanesimo, Vudù e molte altre pratiche di medicina alternativa non sono omeopatia.

Anche se, essendo un nerd profondamente segnato da Monkey Island, ammetto che per me il Vudù resta su un piano superiore rispetto alle altre.

Di cosa sto parlando

contenitori
Che comunque trovo gradevoli, col loro aspetto ora un po’ alieno, ora un po’ fallico.

Sto parlando di quelle palline bianche che si trovano in tubetti palesemente ideati da ingegneri che, innamorati delle forme fantascientifiche ma inferociti verso l’umanità, hanno deciso di fornire all’utilizzatore finale il prodotto più scomodo possibile.

Seriamente… avete mai provato a farne uscire subito il numero giusto? È tecnicamente impossibile, ne sono certo.

Si parla di “granuli” e “globuli” omeopatici, a seconda delle dimensioni dei suddetti (se non erro i globuli sono quelli più piccoli ma potrei sbagliare – e comunque non ha alcuna importanza): da qui in avanti parlerò esclusivamente di granuli, ma ai fini del mio discorso i due termini sono intercambiabili.

Questi sono dei granuli di zucchero che vengono trattati con dei procedimenti complicatissimi, utilizzando macchinari costosissimi e venduti a carissimo prezzo e venduti a prezzo carissimo. E alla fine, restano dei granuli di zucchero. Senz’altro.

Fine della chimica dell’articolo. Davvero, a parte lo zucchero dentro non c’è niente. Nessun farmaco, nessun principio attivo. Ok, forse qualche residuo di produzione o di contaminazione ambientale (i contenitori sono fantastici, va bene, ma non sono frutto di qualche tecnologia superiore o venduti in confezione sterile, sotto pressione di gas inerte, qualche nientegrammo di qualcosa ci potrà pure finire, no? Un po’ di polvere, santo cielo!), ma a parte questo, dentro non c’è nulla.
Niente.
Nada.
Nix.

Oh, lo disse la portavoce della Boiron, eh.

Vabbè, ma allora di che stiamo parlando? Tutti quelli che fanno uso dell’omeopatia sono scemi? Tutti gli omeopati sono truffatori?
Io non credo proprio.
Per arrivarci, però, sono costretto a raccontare per sommi capi cos’è e come è nata l’omeopatia.

Che cos’è l’omeopatia

Nel 1790 il medico tedesco Samuel Hahnemann stava traducendo dall’inglese al tedesco la Materia medica pubblicata l’anno prima da William Cullen. Qui si imbatté nella descrizione degli effetti della corteccia di chinino, efficace nell’alleviare i sintomi delle febbri intermittenti, specialmente quelle causate dalla malaria. Cullen spiegava questo effetto con il gusto amaro e le proprietà astringenti del principio attivo contenuto nella tintura di chinino, ma Hahnemann osservò giustamente che la spiegazione non aveva senso, perché molte altre sostanze anche più astringenti del chinino non avevano alcun effetto sulle febbri intermittenti.

Schweppes
Nella foto: una soluzione acquosa di zucchero, anidride carbonica e principio attivo contenuto nella tintura di chinino.

Deciso a capire come funzionasse il chinino, Hahnemann si comportò con questo, un composto potenzialmente tossico, nella maniera più saggia, ponderata e sicura che si possa pensare: ne assunse più o meno due etti al giorno, per qualche giorno.

Maledetto pazzo.

Intossicatosi di brutto, sperimentò quindi dei sintomi molto simili a quelli delle febbri malariche, ma in forma attenuata. Il suo ragionamento fu dunque il seguente: “so che questa cosa attenua i sintomi delle febbri intermittenti, ma so anche che se la assumo avrò sintomi molto simili a quelli delle febbri stesse. Allora, per guarire qualcuno da una malattia devo dargli qualcosa che gli causi dei sintomi analoghi a quelli della malattia, ma in forma più attenuata, in modo da cercare di non ammazzarlo nel processo”.

Va bene, forse non l’ha pensata PROPRIO così, ma il senso era quello.

La cosa più importante che concluse, però, era che per determinare quali sostanze fossero indicate per il trattamento delle malattie queste andassero sperimentate su delle persone sane, e solo quelle capaci di indurre i sintomi cercati fossero adatte. Chiese così a dei volontari di assumere piccole dosi quotidiane di varie sostanze di origine animale, vegetale e minerale e di riportare su un quaderno il proprio stato generale giorno per giorno; questo diario gli sarebbe poi stato consegnato ed Hahnemann avrebbe tratto le proprie conclusioni circa l’utilità o meno di un composto.

Se ti andava bene sperimentavi il polline. Altrimenti, buon divertimento col “Menstruum”.

Visto che i sintomi indotti dovevano essere appena percettibili (non si può dire che non ebbe imparato dall’esperienza), le dosi usate per trattare le malattie erano infinitesimali. Una decina di anni dopo, trattando la scarlattina, estremizzò il ragionamento sino ad usare le diluizioni estreme che oggi portano ai granuli di zucchero – quelli da cui sono partito.
Ecco tutto.

Vale la pena sottolineare come, con questo metodo, Hahnemann fece provare davvero di tutto ai suoi volontari: quella sul “Menstruum” non era una battuta e nel prontuario omeopatico c’è più o meno ogni cosa, dal fegato di anatra allo zolfo. Ma tranquilli, le diluizioni sono tali che alla fine tutto quello che resta è acqua.

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Madartlab illustra come effettuare una succussione. Qui però non ci sono né il cuoio, né la Bibbia. Sono confuso.

Ah già, a seguito di una serie di altre osservazioni e di conclusioni tratte inferendo giusto giusto qualche dato, Hahnemann concluse che non solo i principi attivi dovevano essere diluiti in maniera demenziale (fino a che alla fine nell’acqua non resta altro che… acqua), ma anche che fra una diluizione e l’altra il boccettino doveva pure essere sbatacchiato un tot di volte su una superficie di cuoio. Il medico, se non sbaglio, sbatteva il recipiente cento volte su una Bibbia rilegata in cuoio. Questo dovrebbe dinamizzare la soluzione, ed è il vero motivo per cui il medicinale omeopatico funziona, perché libera la spiritualità del principio attivo, permettendo al suo spirito dinamico di impattare sull’organismo e…
…no davvero, non lo so. Se volete su Internet c’è una tonnellata di roba da leggere su questo processo, che è chiamato “succussione”, “dinamizzazione” o “potentizzazione”.
Dai, andiamo avanti.

La chimica non c’entra nulla

Per quanto mi addolori scriverlo, la chimica non può evidentemente fornire una spiegazione convincente del fenomeno omeopatia.

Nel senso, la chimica si è già espressa: nei flaconcini sadici c’è solo zucchero. Saccarosio e lattosio – la formulazione esatta dipende dal produttore. Ma è tutto.

La Rete è strapiena anche di articoli che illustrano per filo e per segno come, al di sotto di un certo livello di diluizione, corrispondente ad un quantitativo inferiore ad un numero di Avogadro di…
…dai, regà. Tutto questo non ha senso, è ovvio; ma devo davvero spiegarvelo? La roba stradiluita, i granuli di zucchero che non contengono nulla, lo sbatacchiare i boccettini, le conclusioni strambe… è una questione di buon senso, non è che ci voglia un chimico per trarre le conclusioni: ‘sti trattamenti non servono a niente. Non hanno alcuna azione farmacologica. A meno che uno non sia diabetico o intollerante al lattosio. In quel caso so’ cazzi (almeno potenzialmente).

Nel cercare materiale per questo articolo mi sono imbattuto in una nutrita serie di pagine che spiegavano, invece, come e perché i trattamenti omeopatici funzionino, citando anche articoli scientifici a sostegno di questa tesi. Sono andato a leggermi alcuni di questi articoli, e una volta grattata la superficie non ho potuto che constatare che arrivano a conclusioni… imbarazzanti. Lo ripeto: i trattamenti omeopatici non servono a nulla, da un punto di vista farmacologico.

Ma il punto non è quello.

L’importante non sono i farmaci

Hahnemann era un uomo del suo tempo.
All’epoca in cui questi operava, le conoscenze biomediche erano incredibilmente arretrate rispetto a quelle odierne, anche se da esse ci separano solo poco più di due secoli: i medici utilizzavano una serie di trattamenti basati quasi esclusivamente su conoscenze empiriche (“boh una volta ha funzionato questo, proviamo…”), sottoponendo i pazienti a pratiche che oggi lasciano sbalorditi, per quanto erano brutali ed infondate.

Il signore lamenta un dolore al piede? Un bel salasso e via!
E se non funziona, purga!

La scoperta di virus e batteri come causa delle malattie arrivò non prima della fine dell’800, grazie al memorabile lavoro di Robert Koch; Fleming identificò il primo antibiotico solo nel 1928.

In un mondo in cui i pazienti morivano più spesso per i trattamenti che per alcune malattie, Hahneman ritenne di dover dare una svolta al modo in cui questi venivano curati. Ottenne risultati straordinari proprio perché, a differenza degli altri medici, inconsapevolemente non li sottoponeva ad alcuna terapia: nei casi di malanni poco gravi, l’organismo del paziente era (ed è) perfettamente in grado di rimettersi da sé, semplicemente perché la persona entrava nello stato mentale di “stare facendo qualcosa” per il proprio benessere. L’effetto placebo è molto potente, ed Hahnemman lo sfruttava senza saperlo, convinto di stare somministrando ai pazienti dei veri farmaci.

Non era un cretino: la scienza, semplicemente, funziona così. Si imboccano vicoli ciechi, ci si accorge di aver sbagliato strada, si torna indietro, si prende un altro sentiero e ci si porta dietro tutto quanto si è appreso dagli errori precedenti, cercando di non ripeterli.

E intanto c’è la pressione dei supervisori, la frustrazione infinita, l’ansia da pubblicazione… vabbè, ma non stiamo parlando di quello, ok?!?
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La bellissima tavola periodica degli elementi di Mendelev, ad esempio, è la lontana discendente delle tavole di classificazioni alchemiche come questa. E non c’è nulla di cui vergognarsi.

Sebbene Hahnemann abbia fornito importantissimi spunti di studio e riflessione ed abbia gettato le basi per il metodo dei trial clinici dei farmaci, è evidente come oggi tutto il sistema di pensiero alla base dei suoi trattamenti sia obsoleto e superato.

Ma non è per i granuli che molte persone si curano con l’omeopatia. Moltissime di queste, anzi, sanno perfettamente che nei granuli non c’è niente.

L’importanza dell’attenzione alla persona

Non è il mio campo e non porterò dati quantitativi in questo senso, quelle che seguono sono per lo più opinioni personali. Ma credo che la differenza fondamentale stia nel rivolgersi ai medici che hanno ottenuto la qualifica di omeopata. Questi (che restano dei medici a tutti gli effetti, è fondamentale tenerlo a mente) rispetto ai propri colleghi sono spesso molto più rassicuranti verso i pazienti ed attenti alla persona, più che alla malattia in quanto tale. In un ambiente sanitario in cui spesso i professionisti sono sbrigativi e a tratti bruschi, gli omoeopati si presentano come disposti all’ascolto del paziente che hanno di fronte. E per molti ciò arriva come acqua fresca nel deserto.

Disclaimer: è ovvio che si tratta di un gruppo umano, e che come tale al proprio interno include eccellenti professionisti e ciarlatani manipolatori, con tutte le sfumature possibili nel mezzo. È anche evidente come la maggiore disponibilità di ascolto ed attenzione rispetto ai medici “non omeopati” possa semplicemente essere frutto di suggestione o, più probabilmente, di un attento “marketing” da parte degli omeopati. È difficile stabilirlo, si tratta di un fenomeno umano complesso; allo stesso modo, sarebbe folle pensare che non esistano, che so, cardiologi che ascoltano e siano attenti a chi hanno di fronte.

L’impressione però resta quella: chi va dall’omeopata lo fa per essere ascoltato e preso in considerazione più di quanto non lo sarebbe nei cinque minuti concessigli dal medico della mutua. O dall’ortopedico che ti becchi al pronto soccorso, gradevole come una supposta uncinata.

L’ultima considerazione potrebbe essere il frutto di esperienze personali.

Credo ci sia abbondante materiale di riflessione per i nostri medici. Ma ho già invaso abbastanza un campo che non mi compete, quindi mi fermo qui. Non prima però di aggiungere che, al netto di tutto, attaccare schernendo chi si rivolge ai trattamenti omeopatici è inutile, dannoso e, oltre una certa soglia, veramente da sfigati.

Pensateci.

In conclusione

Insomma, sinché si è in forze e si parla di raffreddori e non di tumori, non ci vedo nulla di male nell’assumere dei granuli di zucchero convinti di farsi del bene: la sola “coccola” derivante da quell’atto spesso aiuta molto, nel processo di guarigione spontanea.

Non posso però fare a meno di pensare che quello zucchero può costare 1050 Euro al chilo (nel  2011, oggi forse pure di più), e che quei soldi finiscono nelle tasche di chi suggerisce che quello zucchero possiede proprietà che, in realtà, non ha.

Penso inoltre alla “catena umana“, il concetto che introducevo già parlando del Sarin: per vendere quello zucchero (e quei dannati ma bellissimi flaconcini) vengono utilizzati tonnellate di materiali, molta energia per far funzionare i macchinari, un numero imprecisato di camion che lo trasportano alle farmacie e, soprattutto, una gran quantità di tempo di vita e di lavoro di parecchie persone.

Non cerco dei dati precisi perché voglio restare di buon umore.

Ne vale la pena?


GRAZIE di aver letto sin qui! Fatemi sapere che ne pensate nei commenti.

Nonostante in qualche punto mi sia lasciato andare ad un po’ di sarcasmo, non credo che l’approccio duro e sprezzante verso l’omeopatia serva a far cambiare idea a chicchessia (ma è poi necessario?), né, in tutta franchezza, che aiuti ad apparire particolarmente fighi.
Detto questo, linko un articolo di Medbunker sul tema: Salvo di Grazia è invece piuttosto duro al riguardo, però qui illustra bene perché granuli e globuli non possono proprio funzionare.

Di mio, ribatto ancora sul punto che lo scherno rivolto alle persone è, invece, sgradevole e inutile. Dialoghi e letture di quel tenore mi hanno veramente scocciato.

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5 pensieri riguardo “Il guazzabuglio dell’omeopatia

  1. Però Lei non fa alcun riferimento agli studi sull’acqua… “la memoria dell’acqua” e quelle stronzate là studiate ultimamente anche da Montaigner (se scrive così…? ). Comunque è stato bello leggerlo questo articolo, grazie!
    P.s ma il Voudou è una religione però (con annesse pratiche di guarigione questo è vero 😉)!!

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  2. Io quando voglio farla finita mi mangio un’intera scatola di sonnifero omeopatico, poi sono pieno di zucchero e quindi la vita mi sorride di nuovo e lascio stare il miei propositi.

    Cmq non condivido il fatto che “per il raffreddore va bene, per il tumore no”.
    Non va bene, punto.
    Dare una qualsiasi parvenza di utilità a una pratica pseudoscientifica è sbagliato a priori.

    Però l’omeopatia potrebbe avere un utilizzo… potrei entrare in una farmacia, chiedere un farmaco contro un malanno e se me ne danno uno omeopatico denunciarli per truffa e fammi pagare i danni.
    Mmm… ecco una buona idea.

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