La natura è un posto orribile

Proprio così.

A mio modo di vedere, l’equazione “naturale uguale buono” è uno dei concetti più odiosi e volgari che esistano: la natura è una giungla orrenda, dove ognuno non fa altro che pensare ossessivamente alla propria sopravvivenza. E se questo significa far sì che tutti gli altri periscano, oh beh; ben venga. Non c’è nulla di intrinsecamente buono, salutare o innocuo nella chimica naturale. La natura è solo un covo di bastardi, dove ciascuno ti fa la pelle appena può, spesso producendo gli intrugli più micidiali.

E fonti sicure mi dicono che gode, nel farlo.
Quello che si dice una introduzione pacata ed argomentata.

Il male microscopico

Il clostridio del botulino è un batterio che ha deciso di non andare troppo per il sottile, producendo la tossina più potente conosciuta dalla nostra specie: in media basta iniettarne in vena 115 miliardesimi di grammo e mezzo per far secco un uomo adulto. Andiamo, è una quantità ridicolmente piccola, impossibile da visualizzare – quanto è un miliardesimo di grammo?

L’aspergillo giallo e colleghi sono su un altro livello. Saranno anche solo muffe, ma la loro aflatossina B1 è la sostanza che batte tutti in malvagità: non si limita ad essere uno dei carcinogeni epatici più potenti conosciuti (esatto, è una sostanza che serve ad indurre il cancro al fegato) se presa a piccole dosi, ma in dosi elevate causa semplicemente la morte dei tessuti del fegato prima e magari anche dell’individuo poi. In particolare fa effetto sui bambini. E tanto per estrinsecare la sua natura di creazione del male, viene distrutta dalla luce del sole.

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Il mio regno del terrore termina qui, ma non illudetevi! Altri verranno!

Sfruttare la paura

I serpenti non stanno certo a guardare mentre batteri e funghi fanno i grossi producendo tossine tremende – tra di essi mi piacciono in particolare i crotali adamantei (ma sì, i serpenti a sonagli), autori di un veleno che trae lunghe sorsate dal calice della malvagità più raffinata: fra i suoi molti effetti, fa morire rapidamente i tessuti colpiti e inibisce la coagulazione favorendo nel contempo il sanguinamento. Una delle sue componenti reagisce con una delle sostanze delle membrane dei globuli rossi, liberando delle molecole che li fanno scoppiare in una reazione a catena. Ma soprattutto “trucca” il sistema nervoso della vittima, favorendo il rilascio della bradichinina, la sostanza che causa il dolore. Non basta loro fabbricarsi in casa i veleni, sfruttano la chimica altrui per fare del male, i bastardi.
E questo buffet di sgradevolezze si diffonde e aumenta se il battito cardiaco della vittima aumenta; perché il serpente sa benissimo che se uno viene morso da un mostro strisciante, beh, sorpresa sopresona: avrà paura. E la paura fa aumentare il battito cardiaco.
Capito?
Inietta roba che sfrutta il dolore e la paura della vittima.

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E mi nutrirò anche della tua anima.

Comunque il crotalo adamanteo ha un veleno molto meno potente di quelli citati sinora: ne servono 150 millesimi di grammo per uccidere un uomo.
Per non sbagliare, ne inietta quasi il triplo.
Almeno.

La giungla degli orrori

“A base di ingredienti di origine vegetale”… è una bella dicitura, eh? È rassicurante. Io la trovo rassicurante.
E in effetti è una immagine rassicurante, questa delle piantine sotto il sole caldo, imperlate di rugiada fresca.
A sbattersi a sintetizzare composti per cui utilizzano nutrienti preziosissimi, aspettando solo che tu arrivi lì, a coglierle con la tua manona goffa, per tritarle, spremerle, metterle a macerare in olio, alcol o chissà che altra schifezza. E magari a ringraziarti, nel processo.
“Goditi il tuo detergente intimo alla calendula! Io e le mie sorelle ci siamo fatte cogliere volentieri, per te!”
Come no.
Li ha fatti proprio per te, i flavonoidi.

Col cavolo. Le piante quella roba la producono per sé. E spesso lo fanno per ammazzare. Le piante vi odiano, e vi accopperebbero se potessero.
E spesso possono.

E god... no, l’ho già detto.

Com’è che funziona? Vedetela dal punto di vista della pianta: se arriva qualcuno che se la vuole, che so… mangiare, non è che abbia molte possibilità di fuggire. Quindi le piante hanno evoluto molti sistemi che rendano il mangiarle una pessima idea. O anche l’ultima idea che qualcuno possa avere. Specie se ha sei zampe.

Manipolati dalle mele

Ma non esageriamo, basta con i veleni che poi si finisce sempre a parlare di cicuta, di digitale e compagnia bella: avete presente il tannino? Quella sensazione di allappamento in bocca, dopo un bel bicchiere di rosso?
Ecco, quelle sono le proteine della vostra saliva che, sotto l’effetto dei tannini, si aggregano fra di loro e precipitano. Al suolo (sulla lingua, vabbè). Inutili. Sono proteine che servirebbero a digerire. E invece niente. Macchine rotte.
Ottimo, i tannini fanno quella roba anche agli enzimi che vi permettono di digerire (l’acido da solo non basta). E sono presenti pure nella frutta acerba, ma (di solito) non in quella matura.
Capita la storia? La pianta vuole che voi mangiate i suoi frutti, in modo da spargere poi in giro i semi. Ma non prima che questi siano pronti. Così riempie di tannino i frutti acerbi, in modo che mangiarli sia una pessima idea se uno non vuole finire di digerire una settimana dopo, e lentamente li fa sparire man mano che i frutti maturano, con i loro semi belli pronti per essere sparsi per il globo.
Esatto.
Le mele ci usano.

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Il burattinaio è quello rosso e tondo.

Ma seriamente…

Va bene, mi sono divertito abbastanza.

Non è vero, continuerei per pagine e pagine.

Ma proseguire non servirebbe: questa carrellata serviva a mostrare qualche esempio di come là fuori sia pieno di sostanze perfettamente naturali che a tutto servono fuorché al benessere di qualche scimmia senza pelo. Molte delle sostanze che estraiamo dalle piante, ad esempio, sono fatte per uccidere o inibire potenziali predatori, e solo per un fortuito caso (o “per analogia strutturale”, ma non stiamo lì a usare paroloni) possono essere utilizzate per derivarne, che so, dei farmaci. L’intero concetto di “naturale” è estremamente difficile da definire: in chimica una sostanza è “naturale” semplicemente se esiste in natura – e in effetti non c’è differenza fra lo zucchero estratto dalla barbabietola e quello sintetizzato in laboratorio.

Ok, il secondo costa molto di più, ma son dettagli.

E il giurista è d’accordo. Spesso si può trovare il caffè decaffeinato “con metodo naturale” – cioè con una sostanza esistente in natura, questa:

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Tò, beccati ‘sta botta di natura.

Perché l’acetato di etile in effetti si ritrova, naturalmente, anche nell’aceto. Ma non significa che tutto quello utilizzato sia estratto dall’aceto – né che ci sia qualche differenza fra questo e quello del tanicone.

Una questione di rispetto

Con questo non intendo affatto sostenere che valga l’equazione contraria “naturale=fuffa”, né “sintetico=buono”. Molte sostanze artificiali, vale a dire prodotte esclusivamente dall’azione dell’uomo, si sono rivelate pericolose in maniere imprevedibili, o difficili o impossibili da smaltire nell’ambiente. Proprio perché “non naturali”, ma “figlie di artificio”.
D’altro canto, l’enorme quantità di prodotti del metabolismo degli organismi, in primis delle piante, rende ad esempio certamente meno prevedibile l’effetto degli estratti naturali rispetto a quello dei farmaci di sintesi. Perché un estratto può contenere un gran numero di molecole farmacologicamente attive, mentre la composizione di un farmaco è perfettamente nota.

Ho definito “volgare” il concetto “naturale=buono” perché la natura è un fenomeno estremamente complesso, che va ben al di là dei concetti estremamente antropocentrici di “bene” e di “male”. Ridurla a “buona e bella” equivale a sminuirla in maniera per me inaccettabile. La complessità va accettata e cercata di comprendere, non certo barbaramente semplificata con qualche odiosa formuletta; districarla costa fatica ed impegno, ma ripaga con un bene preziosissimo: la comprensione. Che a sua volta conduce all’amore.

I serpenti su cui ho scherzato sono animali effettivamente letali, che certamente non causano dolore per trarne piacere, ma banalmente perché devono farlo. Per sopravvivere a loro volta. Non per questo sono meno affascinanti o degni di rispetto. Ecco, rispetto: un approccio essenziale, che merita di essere riservato sia alla Vita, con la maiuscola, sia agli sforzi immensi che l’uomo impiega nel cercare di capire i processi alla base dei meccanismi molecolari.

E che portano spesso a risultati meravigliosi.


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Qui ho solo sfiorato la superficie, se vi interessa approfondire Internet è una prateria sterminata. Sul tema della tossicità tempo fa è apparso un articolo molto più serio di questo sul sito dell’associazione Chimicare a firma di Nicole Ticchi, mentre su fruttosio naturale e artificiale c’è un agile video dell’ottimo Dario Bressanini.
Segnalo infine lo splendido blog Erba volant di Renato Bruni, tutto su piante e sostanze che da esse si ricavano.

Le miracolose proprietà del corno di rinoceronte

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Thandi è sopravvissuta ad un attacco dei bracconieri. Quasi nessuno dei suoi simili è così fortunato. (Foto: Grahamstown)

Questo primo quarto del 2017 verrà ricordato per alcune azioni di bracconaggio di una violenza spaventosa.

Tutto inizia la notte fra il 20 e il 21 febbraio. Alcuni bracconieri assaltano l’orfanotrofio per rinoceronti Thula Thula a KwalaZulu Natal, Sud Africa: riescono a sopraffare la guardia armata, sparano ad un giovane rinoceronte orfano, gli segano via il corno; poi strappano anche quello di un altro piccolo, lasciandolo con ferite così orrende che dovrà essere soppresso. Quindi aggrediscono e rapinano lo staff.

Un paio di settimane dopo, parco zoologico di Thoiry, circa 50 chilometri ad ovest di Parigi, Francia: i bracconieri si introducono nottetempo nel parco, uccidono il rinoceronte Vince e riescono a portarsi via uno dei suoi corni. È il primo caso mai registrato di bracconaggio di un rinoceronte in uno zoo, nel cuore dell’Europa.

Un massacro alimentato dalla leggenda

Questi due casi, abbastanza scioccanti, esemplificano bene il livello di frenesia in cui da qualche anno a questa parte è entrata la caccia di frodo ai danni dei rinoceronti. Fino al 2007, in Sud Africa venivano uccisi più o meno 13 rinoceronti all’anno (e vabbè); ma dal 2008 a fine 2016, i bracconieri hanno ucciso 7115 rinoceronti sul territorio sudafricano. Nel 2013 i rinoceronti sono stati dichiarati (di nuovo) estinti in Mozambico, ed un paio di anni prima la stessa sorte è toccata ai rinoceronti di Giava del Vietnam.

Che cavolo è successo?

“Eh, li venderanno ai cinesi che…”
E invece no. E’ vero che il corno di rinoceronte (o “Xi Jiao”) è uno dei rimedi della farmacopea tradizionale cinese, ma dal 1997 questo è stato ufficialmente sostituito nelle preparazioni, e la Cina ne ha vietato il commercio. E da allora la domanda è crollata.

Il grosso della domanda proviene dal Vietnam.

Intorno al 2005-2006, in Vietnam ha cominciato a spargersi la voce che un non meglio precisato politico sia guarito dal cancro grazie al corno di rinoceronte. Da allora questa voce si è sparsa in maniera incontrollata, probabilmente illudendo molti vietnamiti disperati. Curiosamente, nella medicina tradizionale cinese lo Xi Jiao non serve affatto a far guarire dal cancro (pag.23), ma è indicato per molti altri usi, tra cui soprattutto per il trattamento della febbre e per la sua azione detossificante.

Più che a peso d’oro

Da questo al “lo bevo per farmi passare la sbornia” il passo è breve. Specie in un Paese in cui

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Il corno viene tritato in queste ciotole dal fondo ruvido, poi vi si aggiunge semplicemente un po’ d’acqua e la sospensione che ne esce fuori viene bevuta. Trovo che il dettaglio del rinoceronte dipinto sul bordo ingentilisca il tutto. (Foto: PRI)

il numero dei multimilionari è più che raddoppiato dal 2008 al 2013: il corno di rinoceronte polverizzato è diventato di moda, nelle serate dei ricchi vietnamiti. Di più: è ormai uno status symbol e viene utilizzato come dono per ingraziarsi soci d’affari o funzionari pubblici.
“Beh, certo, e poi lo usano quelli a cui non tira il…”
NO! Questo è interessante: il Compendio di materia medica di Li Shizhen, il testo fondante della medicina tradizionale cinese, non prevede affatto che il corno di rinoceronte venga usato a scopi afrodisiaci. E’ una leggenda che ha iniziato a circolare negli anni’80, proprio nel mondo occidentale.
Solo che recentemente i vietnamiti hanno finito col credere alle nostre dicerie… e adesso si è aggiunto pure l’uso afrodisiaco, ai motivi per cui in Vietnam la richiesta di corno di rinoceronte è schizzata alle stelle – e con essa, il rischio che di questi animali rimanga solo il ricordo.

Bravi tutti.

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Tutto questo ha fatto salire alle stelle il prezzo del corno di rinoceronte. I bracconieri possono venderlo per migliaia di dollari al chilo ai trafficanti, che poi lo rivenderanno sul mercato nero asiatico con guadagni stratosferici: il prezzo finale può arrivare a 100.000 dollari al chilo e un singolo corno pesa in media 13 kg.

Mentre scrivo, l’oro costa poco meno di 40.000 dollari al chilo.

La specie umana non smette mai di stupirmi.

La chimica del corno di rinoceronte

Ora.

Abbiamo detto che un corno di rinoceronte vale una quantità incredibile di denaro perché fa figo (e ok) e perché si dice che possa curare, fra l’altro:

– sbornia
– febbre
– cancro

Da un punto di vista chimico, un corno di rinoceronte è costituito principalmente da:

  • calcio
  • melanina

e soprattutto

  • cheratina

Con ordine.
Il calcio fa bene alle ossa, e ok.  Ma non cura il cancro, né la sbornia, né fa passare la febbre.

Di sicuro non rende fighi, tra l’altro.

La melanina è un pigmento, cioè una sostanza colorata… esatto, quella che rende pelle e capelli colorati. L’aumento di melanina è anche la causa dell’abbronzatura. Comunque, la melanina non guarisce il cancro, anzi ironicamente in certe circostanze può addirittura provocarlo.

Resta la cheratina. Questa è una proteina; e le proteine sono sostanze fantastiche, eh! Gigantesche molecole prodotte dagli organismi che possono fare… beh, un po’ di tutto. Nella maggior parte dei casi agiscono da microscopiche “macchine”, che rendono possibili delle reazioni chimiche, sintetizzando nuove molecole più piccole, oppure dividendole, o ancora cambiando loro forma.
Alcune proteine, però, hanno un ruolo che si dice “strutturale”: semplicemente, “costruiscono” l’organismo – il collagene ne è l’esempio perfetto.

Bene, la cheratina è una proteina strutturale. Avrete probabilmente già sentito dire che è la stessa di cui sono fatti i peli e le unghie… e in effetti è proprio così.

Sembrerebbe, insomma, che ingerire del corno di rinoceronte sia più o meno come mangiarsi le unghie.

Yum
Hmmmmm… puoi proprio sentire quel sapore a metà fra le ossa e le unghie. (Fotogramma da Lloyd-Roberts, Bloody rhino horn trade in Vietnam, 2014)

Ma, ehi, aspetta, potrebbe non essere così. Potrebbero esserci delle altre sostanze, magari non individuate sinora, che guariscono e detossificano. Magari stiamo sottovalutando, che so, la melanina… bisognerebbe fare degli studi. E gli studi sono stati fatti. E sapete che c’è?

Alla prova dei fatti, il corno di rinoceronte funziona. 

I miracoli del corno di rinoceronte

Esatto. Uno studio cinese del 1990 ha scoperto che, iniettando una sospensione di corno di rinoceronte nel peritoneo di alcuni ratti, questo abbassava loro la febbre.
Una quantità enorme di corno. Che faceva effetto dopo quattro ore, per poi fare tornare la temperatura a livelli normali. Lo stesso effetto era ottenuto con altri tre tipi di corna, peraltro.
E, gente, stiamo parlando di iniettarsi questa roba in pancia.

Ah già, gli effetti ottenuti si possono benissimo ottenere con metodi molto più semplici ed economici (e meno sgradevoli, direi).

Erhm… è tutto, temo. Non molto, mi sa. E il cancro? Nope. Niente.
Tutto quello che abbiamo è uno studio di dimensioni mostruose apparso sul Journal of Anatomy che ci dice che l’unico tipo di cheratina che abbia circapiùomenoquasi a che fare col cancro è la cheratina K23.
Che non si trova nel corno del rinoceronte, ma nelle cellule del pancreas umano. E comunque ogni proteina ingerita viene scomposta in aminoacidi, i “mattoni” che la costituiscono, e smette di funzionare.

Non vi offendo andando avanti con la storia dell’antisbornia: in breve, no. Nope. Niente.

Penso di potervi convincere anche senza ricorrere alla chimica: se il corno del rinoceronte funzionasse davvero, state pur certi che le multinazionali del farmaco starebbero già allevando i rinoceronti a migliaia ed io non starei certo scrivendo del rischio che si estinguano.

Peccato, perché sarebbe fantastico. Anche perché il corno del rinoceronte, se viene tagliato a dovere, ricresce. Ma i bracconieri uccidono gli animali anche perché, col ridursi del loro numero, anche i corni diventano sempre più rari, dunque il loro prezzo si alza.

Speculano sull’estinzione di una specie.

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Io, comunque, a questi non andrei a rompere le scatole.

L’altra faccia della medaglia

Una volta analizzatala per intero, la storia appare surreale: da un lato ci sono degli asiatici che pagano cifre folli per dei pezzi di corno senza alcuna proprietà medicamentosa. All’altro capo della catena, dei cacciatori di frodo che sterminano volutamente uno degli ultimi grandi mammiferi rimasti sulla faccia della Terra per guadagnare cifre notevoli. E in mezzo dei trafficanti senza scrupoli, che truffano migliaia di persone lucrando somme gigantesche sull’estinzione di queste creature.

Sono state proposte diverse soluzioni, dalla controversa legalizzazione del commercio, che dovrebbe portare ad un maggiore controllo sul numero degli abbattimenti, allo sviluppo di corni artificiali del tutto simili a quelli naturali, in modo da inondare il mercato per far crollare i prezzi e scoraggiare la caccia di frodo. Al momento, però, tre delle cinque specie di rinoceronte sono sull’orlo dell’estinzione.

E tutto per un inutile cumulo di peli induriti.

La verità, però, è sempre sfaccettata: negli ultimi anni, in Vietnam si sta assistendo ad un aumento spaventoso del numero di diagnosi di cancro, con circa 125000 nuovi casi e 95000 morti all’anno. E tutto questo in un Paese che, nonostante sforzi ammirevoli, non è ancora attrezzato ad affrontare l’emergenza con i mezzi davvero efficaci: il Viet Nam National cancer hospital tratta circa 5000 pazienti al giorno, ma dispone di due sole macchine per la radioterapia, che funzionano 18 ore al giorno.

Quel che è peggio, è che il 70% circa delle diagnosi è di tumori al terzo o al quarto stadio. A quel punto, i medici vietnamiti possono tentare solo cure palliative. E’ comprensibile che per queste persone la morte di un animale lontano valga bene una flebile speranza.

Una speranza, purtroppo, che conduce solo ad una inutile tragedia.


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Visto che avete letto fino alla fine questo articolo così deprimente, avete vinto il video di un cucciolo di rinoceronte che vede la neve per la prima volta.

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C’è una quantità sterminata di fonti al riguardo. Oltre a quelle già indicate lungo l’articolo segnalo altri due splendidi articoli, uno del Time ed uno dell’Atlantic.

Indico quindi un video ad opera di Trace Dominguez di Seeker che mi è stato di enorme aiuto nel rintracciare le fonti medico-chimiche. C’è poi un bellissimo reportage di Sue Lloyd-Roberts della BBC News sullo spaccio dei corni di rinoceronte in Vietnam.

In italiano c’è un video de Le Iene incentrato sul bracconaggio in Namibia, girato assieme all’associazione italiana AIEA. Inoltre è apparso su Query Online un articolo molto più serio di questo, a firma di Sofia Lincos.

Due parole sul krokodil

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Immagine casuale di un coccodrillo o parte di esso, obbligatoria.

Una decina di giorni fa è uscito sul Corriere un bel reportage sulla situazione dello spaccio in zona Rogoredo a Milano, a firma di Gianni Santucci. Si intitola “Le notti a caccia del krokodil”.

Ah, krokodil.

La nuova droga russa già documentata da altri due famosi reportage di qualche anno fa, quello di Vice e quello de Le iene. Una sostanza così devastante da  distruggere letteralmente i corpi dei consumatori, partendo dall’apparizione di piaghe annerite nel punto di iniezione fino a mandare in cancrena gli arti di chi ne fa uso. Una droga dei poveri che nasce nel peggiore disagio post sovietico, sintetizzata malamente in appartamenti fatiscenti a partire da benzina e pastiglie per la tosse, sui fornelli luridi di cucine infestate dagli scarafaggi. La terrificante sostanza che ci permette di avere server su server stracolmi di immagini di gente che sfoggia vari gradi di orribili piaghe annerite, dalla carne distrutta alle ossa  esposte. Trés bohémien.

Fatevi pure un giro su Google Immagini, ci rivediamo non appena ne avrete abbastanza. Sì, basta cercare “krokodil”.
Fatto? Ottimo.

Desomorfina, cancrene ed altre creature fantastiche

Trovo però che l’informazione al riguardo sia un discreto casino. Innanzitutto, quasi ogni fonte si trovi su Internet dirà che il nome chimico del krokodil è “desomorfina”. Non è così. La desomorfina è, in effetti, la sostanza ricercata dai consumatori per l’effetto stupefacente e si può sintetizzare in casa partendo da pastiglie per la tosse a base di codeina. E’ una sostanza inventata nel 1932, tre volte più tossica dell’eroina ma anche dieci volte più potente.

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Questa immagine serve più che altro a farlo sembrare ancora un blog di chimica. (Katselou et al., 2014)

Il nome “krokodil”, invece, si riferisce al miscuglio orribile che si ottiene tramite la sintesi ai fornelli. È una soluzione decisamente acida che contiene residui di benzina, fosforo, iodio, metalli pesanti, altri farmaci presenti nelle pastiglie da cui viene estratta la codeina ed una serie imprecisata di altre impurezze di sintesi. Oltre, forse, a un po’ di desomorfina (fra il 75% e le tracce, per la precisione). Ah sì, e ci aggiungono anche un collirio a base di tropicamide, una molecola che se viene iniettata dà effetti allucinogeni. Per non farsi mancare niente.

Iniettarsi dell’acido tossico non è una grande idea: infatti sono proprio l’acido e le impurezze a causare le famigerate cancrene, non la desomorfina. Che, intendiamoci, è comunque una droga molto pesante e causa di forte dipendenza, ma non causa piaghe necrotiche, né i sintomi neurologici che i consumatori sperimentano e che si possono vedere nei video reportage (mio dio, come puoi pensare di iniettarti quella roba in vena?).

Ciò che sta dietro alle leggende

All’inizio, inoltre, la stampa aveva associato al krokodil l’insorgere di sintomi psicotici, riportando come la droga potesse aumentare l’aggressività del consumatore sino a spingerlo ad episodi di cannibalismo, tanto che all’inizio negli USA era chiamato “droga cannibale”. Detesto deludere gli appassionati di zombie movies, ma non è così: si trattava probabilmente dell’effetto di qualche “cugino” dell’MDMA, forse i cosiddetti “bath salts” (tranquilli, che parlerò anche di questi). Verosimilmente gli stessi che appaiono nel video che il Corriere ha messo in mezzo all’articolo attribuendoli al krokodil, peraltro rubandolo ad un canale che si chiama “Casados Segredos”. Giuro.

Il krokodil è sicuramente una droga appetitosa per i media: è raccapricciante e spaventosa negli effetti, causa una dipendenza fortissima e, soprattutto, il suo uso risulta totalmente incomprensibile al lettore: come è possibile che qualcuno sia tanto stupido da autodistruggersi (letteralmente) iniettandosi questa robaccia?

La risposta non è chiaramente semplice da dare, ma credo che un ruolo fondamentale ce l’abbia il contesto storico-sociale. A differenza dell’eroina, il krokodil è una sostanza molto economica. Ha cominciato verosimilmente a diffondersi intorno al 2009, ma la tradizione del “cucinare” in casa le droghe iniettabili era già diffusa durante il periodo sovietico, in cui si preparava eroina partendo dai papaveri da oppio che arrivavano dall’Afghanistan attraverso il Kazakistan.

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Adattata da “Lacrime di krokodil-o”, Capper e Severs, 2011

Questa rotta è stata chiusa da pesanti azioni repressive intorno al 2008, momento dal quale l’eroina è diventata una droga da ricchi e la produzione ed il consumo di krokodil hanno visto una impennata in Russia ed in Ucraina.

Ok, più di recente in Ucraina ci sono probabilmente stati anche altri buoni motivi, per fuggire dalla realtà.

Il consumo si verifica soprattutto nelle regioni più povere, in cui il tasso di disoccupazione altissimo, la povertà dilagante e in generale lo squallore assoluto portano molte persone a scegliere di andare incontro ad una autodistruzione praticamente certa, pur di fuggire dalla realtà nel poco tempo che resta loro. E’ un consumo che può fiorire solo in situazioni in cui un futuro non riesce nemmeno ad essere immaginato: i consumatori di krokodil hanno un’aspettativa di vita di circa un anno.

Concludendo

Personalmente credo proprio che il krokodil non diventerà dilagante in Italia. E’ figlio di una realtà “molto russa”, per così dire. Ma detto questo, credo anche che la nuova esplosione del consumo nostrano di oppiacei sia un segnale che non può essere ignorato.

E’ importante a questo punto riassumere un concetto già espresso, e cioè che la desomorfina è il principio attivo, mentre il Krokodil è il mischione orrendo. E’ un concetto valido per le droghe come per i farmaci (“aspirina”: medicinale, “acido acetilsalicilico”: principio attivo) e non è una distinzione banale. Perché gli effetti agghiaccianti del krokodil non sono dovuti alla desomorfina, ma alle schifezze che i consumatori si iniettano assieme ad essa.

Se i tossicodipendenti che ne fanno uso avessero accesso a delle sostanze meno devastanti e di purezza accettabile, insomma, non andrebbero incontro alle conseguenze terrificanti che si vedono nelle foto. Ma la Russia è uno Stato dalle politiche repressive durissime in cui i tossicodipendenti sono considerati dei criminali e le terapie sostitutive non sono contemplate.

Il problema è certamente complesso, e dare soluzioni semplici non può aiutare. Di certo la repressione, sinora, non ha aiutato queste persone.


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Qualche altra fonte – in inglese, tutte open access (ma tanto lo so che non le legge nessuno):

Grunda J-P C, Latypovc A, Harrisd M, Breaking worse: The emergence of krokodil and excessive injuries among people who inject drugs in Eurasia, International Journal of Drug Policy 24 (2013) 265–274

Katselou M, Papoutsis I, Nikolaou P, Spiliopoulou C, Athanaselis S, A “Krokodil” emerges from the murky waters of addiction. Abuse trends of an old drug, Life Sciences 102 (2014) 81–87.

Amorim Alvesa E, Grundd J-P C, Afonso CM, Duarte Pereira Netto A, Carvalho F, Dinis-Oliveira RJ, The harmful chemistry behind krokodil (desomorphine) synthesis and mechanisms of toxicity, Forensic Science International 249 (2015) 207–213.